Giornata mondiale del suolo, task force dell'Onu per salvarlo

La biodiversità della microfauna e microflora assicura raccolti e vivibilità del Pianeta. Agricoltura intensiva tra le prime cause di degrado. Le esperienze del bio

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Sotto i nostri piedi, vive in gran segreto un quarto dell'intera biodiversità terrestre. In una manciata di terra possono vivere da 10 a 100 milioni di microganismi appartenenti a 5.000 differenti specie. In un solo cucchiaino di suolo fertile si trova la bellezza di un miliardo di batteri e 200 metri di ife fungine, i filamenti che formano l'apparato vegetativo dei funghi. Siamo abituati a pensare che la diversità naturale da difendere sia fatta essenzialmente di tigri o di orsi: in realtà il micromondo delle specie che vivono nel suolo è un ecosistema tutto da scoprire e da proteggere. Lo hanno detto - in occasione della Giornata mondiale del Suolo delle Nazioni Unite che si celebra il 5 dicembre - oltre 300 scienziati e ricercatori in un rapporto presentato dalla Global Soil Partnership della FAO, il primo a livello Nazioni Unite che cerca di squarciare il velo di ignoranza su quanto succede sotto la suola delle nostre scarpe. Non per solo amore della conoscenza: dal suolo dipendono la produzione agricola, la disponibilità di acqua, la possibilità di vivere sulla superficie della Terra e una grande parte della possibilità di assorbire anidride carbonica dall'atmosfera e quindi di assicurare un clima stabile. Senza biodiversità vegetale e animale tutte queste funzioni sono impossibili, ma per ora - ammoniscono i 300 ricercatori della task force scientifica dell'ONU che ha elaborato il rapporto State of knowledge of soil biodiversity  - conosciamo a stento l'1% delle specie che vivono nel suolo e lo rendono un sostrato fertile.

Di fatto, il suolo è una risorsa naturale non rinnovabile: per ricostruirne uno strato di 10 centimetri si calcola che servano 2.000 anni. Mentre bastano pochi anni a renderlo arido, pochi giorni a cementificarlo e dieci minuti a farlo trascinare via da alluvioni e frane. La lotta alla distruzione del suolo comincia quindi dal suo mantenimento, ed è alle battute iniziali. E sul banco degli imputati compare un attore che dovrebbe essere al primo posto nella difesa della fertilità della terra: l'agricoltura intensiva, che rischia di figurare allo stesso tempo come vittima e come colpevole del progressivo peggioramento della situazione. L'uso eccessivo di fertilizzanti e pesticidi di sintesi, così come il ricorso a pratiche agricole che disturbano la struttura stessa dei terreni, finiscono per danneggiare gli organismi viventi che abitano il suolo, denuncia il rapporto FAO.

Secondo Legambiente, un quarto dei suoli italiani versa già in stato di grave degrado. "Dati molto preoccupanti riguardano territori in cui l'agricoltura è condotta in modo eccessivamente aggressivo: abuso di fertilizzanti e sostanze chimiche, lavorazioni profonde e troppo ripetute, suoli lasciati scoperti per lunghi periodi, erronee pratiche di irrigazione per forzare la produttività finiscono, nel lungo periodo, per produrre risultati opposti, distruggendo l'humus, la sostanza organica del suolo, e così compromettendone progressivamente la fertilità".

La rigenerazione dei suoli passa quindi anche per un'altra agricoltura. A raccontarlo è Naturasì, la maggiore realtà del biologico in Italia, che diffonde sempre in occasione della Giornata mondiale del suolo, i dati relativi ad alcune sue esperienze di punta. Ad esempio, nei 143 ettari dell'azienda agricola Biodinamica San Michele a Cortellazzo (Ve) si calcola che la quantità di carbonio contenuta in un ettaro di terreno sia aumentata mediamente di 2,2 tonnellate ettaro dal 2019 al 2020. Un risultato che dà luogo a benefici a cascata: la materia organica, ossia la microflora e la microfauna dei primi 20 centimetri di suolo, cresce nello stesso periodo di 3,8 tonnellate per ettaro; la CO2 che viene sottratta dall'atmosfera e incorporata nel suolo supera le 8 tonnellate l'anno per ognuno degli ettari coltivati.

"L'agricoltura biologica stocca nei suoi suoli mediamente il 3% di sostanza organica, quindi di carbonio", aggiunge Fausto Jori, ad di NaturaSì.  "Nei terreni convenzionali questa quantità scende sotto il 2%, e nelle zone dove è maggiore lo sfruttamento dei terreni, come la Pianura Padana, questa percentuale crolla all'1%, secondo i dati forniti da Ispra. E questo significa che i suoli sono fertili solo perché le coltivazioni sono sostenute da composti chimici di sintesi, e che i terreni sono poveri e vengono dilavati o erosi con la pioggia e il vento. Una situazione che si ripercuote sul sistema agricolo e produttivo, ma anche e soprattutto sulla salute delle persone e sull'ambiente".

Il terreno è una risorsa vivente, spiega Salvatore Ceccarelli, agronomo e genetista di fama mondiale. "Oggi il suolo è più considerato un contenitore vuoto al quale ogni anno aggiungere ciò di cui le piante coltivate hanno bisogno. Così si eccede. Alcuni dati scientifici pubblicati qualche anno fa - dice ancora Ceccarelli in un'intervista pubblicata sul sito Cambia la Terra  -  hanno dimostrato che il 50% dell'azoto che si utilizza in agricoltura come concime non viene assorbito dalle piante e rimane nel terreno, finendo nelle falde e quindi nell'acqua che beviamo. Questo uso spropositato di sostanze chimiche come i fertilizzanti in agricoltura intensiva, oltre a produrre danni alla nostra salute, ha di fatto sterilizzato i terreni. Li ha impoveriti, rendendoli spesso incapaci di trattenere l'acqua che li bagna. Mentre invece il suolo deve restare vivo".