Elezioni Usa, countdown per il clima

La partita del Dragone per la carbon neutrality

Pechino 
Il primo Paese per anidride carbonica liberata nell’atmosfera (il 28% del totale) promette la neutralità. Ma dall'inizio dell'anno Pechino ha rilasciato più permessi di costruzione per centrali a carbone che nei due anni precedenti
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NANJING – La battaglia contro il riscaldamento globale si vince (o si perde) in Cina. Per questo l’annuncio di Xi Jinping all’assemblea generale dell’Onu, il mese scorso, è stato accolto con favore dalle organizzazioni ambientaliste. La Cina, oggi primo Paese per anidride carbonica liberata nell’atmosfera, il 28% del totale, si impegna a raggiungere la carbon neutrality, cioè ad azzerare le emissioni nette entro il 2060. È una grande accelerazione rispetto al precedente obiettivo fissato da Pechino nell’ambito degli accordi di Parigi, cioè toccare il picco di emissioni entro il 2030. La neutralità è traguardo ben più ambizioso, con cui il regime comunista, che ai cittadini soffocati dall’inquinamento promette “cieli azzurri”, si mette in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Se riuscisse a raggiungerlo, calcola Climate Action Tracker, le previsioni di riscaldamento al 2100 si abbasserebbe tra i due e tre decimi di grado.

Eppure le parole di Xi vanno prese con prudenza. Il percorso verso la carbon neutrality infatti richiede una vera rivoluzione dell’economia cinese, che investe miliardi in rinnovabili e mobilità elettrica, ma ricava ancora l’85% dell’energia da combustibili fossili. Come il Dragone voglia invertire il bilancio, Xi non lo ha detto. D’altra parte le recenti politiche energetiche di Pechino mostrano ambiguità. Dopo essersi ridotto tra il 2013 e il 2017, da due anni il consumo di carbone è tornato a salire, effetto degli stimoli a industrie pesanti e infrastrutture varati per contrastare il rallentamento dell’economia. Una dinamica che anche l’intervento post Covid sembra aver accelerato: dall’inizio dell'anno Pechino ha rilasciato più permessi di costruzione per centrali a carbone che nei due anni precedenti. Nel complesso la Cina ha 250 GW di capacità in progetto o costruzione, più dell’intero parco americano.

Dunque la Cina è verde o nera? La promessa di Xi mostra che il regime ha individuato nell’ambiente un fronte decisivo di consenso interno, ma anche un dossier con cui provare a risollevare la propria reputazione internazionale, compromessa dalla pandemia. Allo stesso tempo il complesso delle industrie inquinanti resta enorme e strategico per l’economia nazionale, un ostacolo per ogni progetto di transizione energetica. Qualcosa in più su come la Cina proverà a sciogliere questa ambiguità si capirà nei prossimi mesi, quando il nuovo piano quinquennale, 2021-2025, metterà nero su bianco la traiettoria di sviluppo del Dragone.