Vaia, una lezione da non dimenticare

Il problema della gestione del rischio alluvionale è complesso, come ci ricorda la tempesta che ha colpito il Nord-Est nel 2018: non dipende solo dal cambiamento climatico e non può essere eliminato del tutto. Ne abbiamo parlato con Marco Borga del Dipartimento Tesaf dell’Università di Padova
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Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, le portate di piena dei fiumi si stanno modificando ma non sempre aumentando il proprio valore. In particolare, le portate di piena dei bacini idrografici più grandi sono in diminuzione, secondo uno studio effettuato da Marco Borga del Dipartimento Tesaf dell'Università di Padova.

La piena di un fiume viene caratterizzata, molto spesso, dalla portata corrispondente al suo picco, e in particolare dal suo picco massimo durante l'anno. ”Ad esempio, supponiamo di dover considerare il Po: si ha una serie temporale di dati corrispondenti al picco massimo annuale. Se si possiedono settant'anni di dati, si hanno settanta valori corrispondenti alla portata di picco massima annuale. Abbiamo raccolto questi dati per tremila fiumi in Europa dal 1960 al 2010 e mostrato come i fiumi che insistono sulla parte europea del bacino mediterraneo, ovvero sud della Francia, Italia, Grecia, Turchia, parte della penisola balcanica mostrino generalmente una diminuzione nel tempo (trend negativo). Il che vuol dire che c'è un'oscillazione casuale tra un anno e l'altro ma, normalmente, si va verso una diminuzione del valore«, spiega Borga. Se si osserva la comunicazione veicolata dai media, giorno per giorno, sembra che le piene producano, di anno in anno, danni sempre maggiori. ”Abbiamo poi visto, invece, che - nel momento in cui noi valichiamo le Alpi e andiamo nell'Europa centrale e settentrionale, soprattutto se ci muoviamo verso occidente quindi Inghilterra e Francia settentrionale - le portate massime dei fiumi manifestano, invece, un trend positivo. La media delle portate massime annuali di cinquant'anni fa era il 10-15% minore se il trend è negativo, maggiore se è positivo«, continua Borga.

Queste osservazioni sono valide però per i fiumi più grandi tipo il Po, l'Adige e il Tevere, mentre, invece, sembra che siano in aumento le piene improvvise, come quelle di Vaia. ”Piene improvvise che vengono originate da bacini piuttosto piccoli: le piene più severe durante l'evento Vaia sono state quelle generate da bacini idrografici fino a 500-1000 kmq. Mentre le piene dei fiumi più grandi sono più prevedibili - per esempio sul Po puoi dare una previsione di uno, due, tre giorni prima, quelle invece sui fiumi minori ti permettono una previsione di scarsissimo anticipo, proprio perché i bacini sono molto piccoli, non si sa esattamente dove la piena avverrà e quindi non si sa dove ci saranno i danni. Inoltre queste piene coinvolgono generalmente bacini montani e quindi si ha la piena ma anche frane, colate detritiche e un insieme di fenomeni che risultano più difficili da prevedere e da gestire dal punto di vista del rischio e, quindi, gli impatti sulle comunità possono essere più severi«, spiega Borga.

Nello specifico, l'evento di precipitazione di Vaia si è sviluppato a cavallo di tre giorni, dal 27 al 30 di ottobre con due eventi pluviometrici distinti. ”Tipicamente in Veneto ed in Trentino confrontiamo le alluvioni intense con quella del novembre 1966, che è stata un'alluvione storica, con danni estremamente importanti. Abbiamo trovato che le precipitazioni di Vaia sono state maggiori di quelle dell'evento del 1966. Mentre l'evento del '66 si è verificato in una botta sola, con precipitazione crescente, questo di Vaia si è sviluppato con due eventi separati da una finestra temporale abbastanza lunga da permettere al suolo di smaltire l'acqua infiltrata. Questo vuol dire che, in questa maniera, l'evento significativo è stato solo il secondo e quindi la piena ha colpito solo bacini relativamente piccoli, mentre i bacini più grandi sono stati risparmiati.

”Queste precipitazioni si sono sviluppate in maniera coerente con le raffiche di vento più importanti. Nelle stesse due ore della serata del 29 ottobre abbiamo avuto precipitazioni molto intense su diversi bacini del Trentino, per esempio vicino a Dimaro, presso Madonna di Campiglio, dove una colata detritica ha causato la morte di una persona, e nell'alto agordino, con frane, vaste colate detritiche e danni estremamente significativi. Nello stesso istante avevamo un vento che soffiava ad intensità che non avevamo mai osservato per quelle durate, perché raffiche molto intense sono state misurate per più di un'ora e mezza a quote insolite. Quelle raffiche erano diverso dal vento che osserviamo normalmente: in Italia abbiamo venti importanti ma son venti che vengono da nord e quindi soffiano sulla parte superiore delle montagne, mentre invece questo soffiava da sud, era uno scirocco e colpiva le montagne esattamente nella fascia dove ci sono gli alberi, si tratta quindi di un fenomeno nuovo per quella fascia altitudinale«, continua.

Nello studio su scala europea il team di Borga non solo si è occupato del valore del picco massimo annuale, ma ha analizzato anche la data di tale picco. ”E abbiamo cercato di capire come varia il periodo in cui di solito asserviamo le piene massime annuali e visto che l'aumento delle temperature e la variazione di precipitazione media annua determinano anche delle variazioni che possono essere molto importanti nella collocazione temporale del periodo in cui, adesso, si sviluppano le piene. Per esempio: nell'Italia meridionale la stagionalità delle piene si sta spostando progressivamente verso l'inverno. In parte questo si verifica anche nel Nord Italia, sempre in relazione all'aumento della temperatura. Mentre fino a 20 anni fa, man mano che si andava verso l'inverno, le precipitazioni importanti avevano una frazione sempre più ampia di neve, e quindi non potevano generare piene importanti, ora le precipitazioni possono cadere in forma liquida a quota elevata anche a dicembre. Io sono a Trento in questo momento, sta piovendo molto e si sentono dei tuoni. Ma era molto raro, trent'anni fa, osservare fulmini nella seconda parte di novembre. I fulmini sono infatti associati normalmente a precipitazioni convettiva, e quindi a temperature ancora significative«, spiega.

Ma a questo shift climatico sono corrisposte adeguate misure nella gestione del rischio? ”Il problema della gestione del rischio alluvionale è complesso e non dipende solo dal cambiamento climatico. I fiumi sono soggetti a variazioni importanti innescate dall'uomo. Per esempio, gli alvei di molti fiumi diventano sempre più ricchi di vegetazione. Perché questo? In gran parte anche perché le portate sono alterate dalla presenza di barriere artificiali come le dighe e quindi per molto tempo durante l'anno gli alvei sono quasi asciutti. La presenza di vegetazione in alveo modifica la pericolosità, perché questa può essere mobilitata durante le piene e costituire un pericolo nel caso di attraversamenti dove può ostruire la luce dei ponti e determinare esondazioni. Molto spesso vediamo che la risposta dell'amministrazione è quella di tagliare indiscriminatamente tutta la vegetazione e di rimuovere i sedimenti nei corsi d'acqua. In realtà, la rimozione del sedimento e della vegetazione in alveo va considerata in tutte le sue implicazioni a valle e a monte dell'intervento, e può sortire una diminuzione oppure un aumento della pericolosità a seconda delle specifiche caratteristiche del corso d'acqua. La vegetazione in alveo è un dato fondamentale per l'ecologia fluviale, diventa importante per la stabilizzazione delle aree riparie e degli argini naturali e quindi, quando asportiamo completamente la vegetazione nei fiumi, alteriamo la qualità ecologica dei corsi d'acqua e, talvolta, possiamo aumentare anche la capacità erosiva delle piene.

Ma quindi quali strumenti è possibile mettere in campo per migliorare la gestione del rischio? ”Si possono attuare diverse azioni, ma non trascurerei l'educazione. Serve una qualità dell'educazione che contempli la crisi climatica all'interno dei programmi di studio. Mi trovo d'accordo con il Ministero dell'Istruzione che ha approvato recentemente una normativa in tal senso. Non occorre in effetti aggiungere elementi nuovi ai programmi esistenti: probabilmente sarebbe utile che materie come le scienze naturali, la fisica, la chimica (ma anche la storia, che è stata influenzata dalle variazioni climatiche) introducessero degli esempi legati al cambiamento climatico, come esempi su cui costruire l'educazione e la formazione. Quindi nel momento in cui si dice che la scuola ”potrebbe fare« occorre sviluppare un piano per dire: sì, proviamo a sviluppare un piano di contenuti tali che permettano all'assetto educativo di rimanere sostenibile e sostituiamo esempi, sostituiamo analisi fatte adesso, tenendo presente la crisi climatica come elemento fondamentale. Dobbiamo offrire dei contenuti formativi innovativi che vadano a integrarsi con il lavoro quotidiano dell'educatore«, commenta Borga. È inoltre necessario, spiega l'esperto, un approccio inter-disciplinare alle tempeste e alle gestione del rischio, che dovrebbe prendere in esame tutta la filiera del rischio: si tratta però di un obiettivo ambizioso per varie ragioni: ”Un approccio interdisciplinare è più facile a dirsi, che a farsi. Per i ricercatori, per esempio, per la circostanza di base che pubblicare ricerche che siano interdisciplinari è sempre più complicato che pubblicare ricerche ben collocate in una certa disciplina consolidata«.

Nel rapporto con la cittadinanza è importante inoltre una maggiore trasparenza, che si deve riflettere - ad esempio - in un'adeguata selezione dei termini da utilizzare. Perché a questi termini sono inevitabilmente collegate le aspettative che si generano nelle persone. Per esempio, dobbiamo tenere presente che ”il rischio alluvionale non può essere eliminato e dobbiamo smetterla di parlare di mettere in sicurezza, una locuzione spesso usata sia da politici che da tecnici. Perché quando tu dici di ”mettere in sicurezza«, a chi ti ascolta, al cittadino, che magari non ha una competenza specifica in questo settore, tu lanci un messaggio preciso. Gli stai dicendo che con questo intervento, con questo piano, con questa infrastruttura noi saremo in grado di eliminare il rischio incombente. Questo è il significato della locuzione messa in sicurezza. Ma in realtà il rischio alluvionale non può essere eliminato, perché l'opera di protezione (l'argine, per esempio, oppure una briglia) può cedere o può essere superata da un'onda di piena più intensa di quella di progetto. E, quindi, al cittadino si dovrebbe indicare che l'opera è utile, perché mitiga il rischio, ma che il rischio residuo va sempre tenuto presente e gestito come tale. Si tratta di una comunicazione non banale, e che quindi richiede strumenti adeguati per essere concepita, sviluppata ed attuata. Ma, per iniziare, è già utile evitare di parlare di messa in sicurezza«, conclude Borga.