La grande fuga dal petrolio. Dopo il carbone è il nuovo 'paria'

Anche i padroni storici dell'oro nero, gli sceicchi sauditi, abbandonano gli investimenti nelle società che sfruttano carbone e petrolio. E il mercato è cambiato in modo irreversibile

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(reuters)
Petrolio. Chi può scappa: fondazioni, banche, assicurazioni, straricchi come i Rockefeller abbandonano gli investimenti nelle società che sfruttano carbone e petrolio. La novità è che ormai scappa anche chi non può o non potrebbe. Come i padroni storici dell'oro nero: gli sceicchi sauditi. I reali di Riad hanno appena fatto sapere che pensano di quotare in Borsa la loro Aramco, titolare delle maggiori riserve di petrolio del pianeta e di una produzione record di oltre 10 milioni di barili al giorno. Pensano di tirar su 2mila miliardi di dollari da investire altrove. Da sceicchi del petrolio a sceicchi della finanza. L'obiettivo è scavare un solco ben visibile fra loro e il greggio, costruendosi un ricco e vario patrimonio in banche, industrie, alberghi e quanto c'è da raccogliere. Al petrolio e ai suoi problemi ci pensi qualcun altro. Loro semmai, spiega il ministro del Petrolio di Riad, potrebbero investire nel sole del deserto e nel fotovoltaico.

Che succede? Il carbone – il più inquinante dei combutibili fossili – sta diventando un paria fra le materie prime: le miniere chiudono a grappoli, negli Usa e in Cina il consumo è ancora importante, ma scende a candela. Il sorpasso delle rinnovabili come fonte principale di elettricità è vicino. E il petrolio rischia di seguirne la traiettoria. Il mercato del greggio è cambiato in modo, probabilmente, irreversibile. Difficilmente i prezzi torneranno ai livelli di due anni fa. Se salgono, gli americani del fracking e dello shale – quelli del petrolio non convenzionale – tornano a produrre in massa e li fanno scendere: per investire nel petrolio, oggi, bisogna essere sicuri di avere costi molto bassi.

Contemporaneamente, il greggio è diventato politicamente radioattivo. Nelle prossime settimane, i due massimi leader mondiali, il presidente americano e quello cinese, e, poi, via via, tutti gli altri, firmeranno il testo definitivo dell'accordo raggiunto a dicembre a Parigi per fermare l'effetto serra. I combustibili fossili, nell'accordo, non vengono presi di petto, ma l'impegno è fermare l'aumento delle temperature a mezzo grado – un grado più di adesso (un grado rispetto a prima della rivoluzione industriale è già acquisito) e arrivare a zero emissioni dopo il 2050. Per chi scopre un pozzo adesso, il 2050 è domani, dentro la vita utile del giacimento.

Dunque, nel mondo che ci aspetta subito dietro l'angolo posto per il carbone, per il petrolio e anche per il gas – il meno inquinante dei combustibili fossili – non c'è o è ridotto ai minimi termini. Per la finanza mondiale è un terremoto. Ci sono riserve di combustibili fossili che i mercati valutano (e pagano) ancora per quasi 30mila miliardi di dollari. Gli esperti dicono che, se dobbiamo fermare le emissioni, due terzi devono restare sotto terra o sotto il mare, inutilizzate. La Conferenza di Parigi ha creato un apposito organismo (lo presiede l'ex sindaco di New York, Michael Bloomberg) per valutare l'impatto finanziario del cambiamento climatico. Nei prossimi mesi si moltiplicheranno gli appelli ufficiali a ridimensionare, a contenere gli investimenti finanziari nel settore petrolifero, perché sono obiettivamente a rischio di un blocco alle riserve.

Ma l'ombra che i combustibili fossili proiettano sulla finanza e sull'economia è più lunga. In ballo non ci sono solo le azioni della Exxon, le riserve dell'Aramco, i giacimenti dell'Eni. A rischiare il blocco, per ragioni di salute pubblica, avverte uno studio dell'università di Oxford, sono anche le infrastrutture legate ai combustibili fossili. Insomma, le centrali elettriche. E dunque non il petrolio (usato soprattutto nel trasporto) ma il carbone e anche il metano, considerato finora una combustibile più pulito. Ma non abbastanza: anche i giacimenti di gas, in altre parole, sono a rischio. In Europa, dice lo studio, il 30 per cento delle centrali non idroelettriche (a gas o a carbone) ha più di 30 anni. Il 60 per cento ne ha più di 20. Se vogliamo evitare che le nuove centrali che devono essere costruite alimentino l'effetto serra al di là dei limiti sopportabii, le decisioni vanno prese subito.

Gli scienziati di Oxford ipotizzano che tutte le altre fonti di anidride carbonica (industrie, agricoltura, trasporti) vengano contenute nella misura necessaria per non sfondare il limite dei 2 gradi. E' una ipotesi ottimistica, ma non aiuta molto. Perché, anche in questa ipotesi, lo spazio per nuove centrali elettriche basate sul gas o sul carbone è esaurito. Ogni nuova centrale comporterebbe lo sfondamento dei 2 gradi, a meno che il suo varo non venga compensato dalla chiusura di una vecchia centrale. Non è una tagliola futura. E' ora, subito. Nel 2017. “Anche nell'ipotesi molto ottimistica che gli altri settori riducano le emissioni in linea con l'obiettivo dei 2 gradi – conclude lo studio –  nessuna nuova infrastruttura elettrica che non sia a emissioni zero può essere costruita, a partire dal 2017, se si vuole raggiungere quel traguardo, a meno di non chiudere altre centrali in attività, prima che si concluda la loro vita utile, o che vengano attrezzate con impianti di cattura e sequestro dell'anidride carbonica”. La scappatoia di far uscire di produzione le centrali mature, anche se non vecchie, in ogni caso, non serve molto. Pochi anni di respiro. Tagliare la vita utile delle centrali a gas o a carbone di dieci anni rispetto allo standard sposterebbe il capolinea di pochi anni. Al 2023. Sostituire vecchie centrali a carbone con nuove a gas (che emette metà Co2 rispetto al carbone) darebbe un po' di spazio, ma sempre più stretto, troppo.
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