Dopo il ritiro di Big Oil, crolla la produzione di carbone

Da un nuovo rapporto di Greenpeace i numeri sulla riduzione del combustibile più inquinante. Guidano l'offensiva Cina e Stati Uniti. Ma anche l'Europa fa la sua parte e l'Austria annuncia il phase out

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ROMA  -  Alle parole seguono i fatti. A poche settimane di distanza dalla decisione di un cartello di multinazionali di chiedere una penalizzazione fiscale per i combustibili con un più alto contenuto di carbonio, arrivano i numeri sul declino del carbone, il peggiore dal punto di vista dell'effetto serra: il processo era già in atto e le grandi aziende stanno cavalcando la nuova onda. Secondo il rapporto appena arrivato da Greenpeace e subito rilanciato da Bloomberg, nei primi 9 mesi del 2015 c'è stata una riduzione dell'uso di carbone che va dal 2,3 al 4,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con un'oscillazione che deriva dalle difficoltà di un conteggio esatto in Cina.

Pechino comunque aveva deciso già dal 2012 di far partire una decisa riduzione dell'utilizzo di carbone, compensando l'aumento della domanda elettrica con le fonti rinnovabili, anche perché la situazione dell'inquinamento è ormai insostenibile. E' di queste ore la notizia di una spessa nube di smog tossico che ha ricoperto il nordest della Cina. I livelli di polveri ultra sottili, hanno raggiunto domenica a Shenyang, capoluogo della provincia del Liaoning, un picco di concentrazione di 1.157 microgrammi per metro cubo, a fronte di una media raccomandata dall'Organizzazione mondiale della sanità di 25 microgrammi per metro cubo.

Ma anche gli Stati Uniti hanno imboccato la strada del taglio della produzione elettrica da carbone: la percentuale è scesa dal 50% dello scorso decennio al 36% (11% in meno tra gennaio e luglio 2015). E per più di 200 centrali alimentate a carbone, con una capacità totale di 83 gigawatt, è stata programmata la pensione. L'offensiva prende piede anche in Europa. In Gran Bretagna c'è stato un taglio del 16% nella prima metà dell'anno e l'Austria ha appena annunciato la completa fuoriuscita dal carbone.

"E' un altro segnale positivo dopo l'alt di Obama alla costruzione dell'oleodotto Keystone, la rinuncia della Shell alle perforazioni in Artico, le indagini sul climategate dell'Exxon", commenta il direttore di Greenpeace, Giuseppe Onufrio. "Ci sono le condizioni per far decollare su scala globale una rivoluzione energetica. Ora tocca alla politica internazionale: dalla conferenza di Parigi devono uscire impegni concreti per bloccare al di sotto dei 2 gradi la crescita della temperatura del pianeta".
 
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