Crescita sostenibile e ritorno all'uomo-pastore: così si sopravvive alla rivoluzione tecnologica

Un dettaglio della copertina del libro di Magnani Fatti non fose a viver come robot

L'economista Magnani interpreta il presente e il futuro partendo da un principio: la macchina va usata per migliorare la vita

PADOVA.«This time may be different: questa volta le cose potrebbero andare diversamente?». Marco Magnani, economista, professore universitario, editorialista, saggista, se lo chiede nel suo ultimo lavoro: "Fatti non foste a viver come robot. Crescita, lavoro, sostenibilità: sopravvivere alla rivoluzione tecnologica".

La citazione (adattata) dalla Divina Commedia (Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguir virtute e canoscenza) porta il piano della riflessione su un territorio molto umano, proprio perché, come spiega Magnani, rispetto alla altre rivoluzioni industriali, quella che stiamo vivendo porta alla sostituzione anche dei cosiddetti lavori intellettuali. nuovi lavoriIntelligenza artificiale e big data, realtà aumentata e Internet delle Cose, blockchain e criptovalute, bio - tecnologie e nanomateriali. Sono tutte innovazioni dirompenti che non riguardano solo il supporto della macchina nella parte più strettamente materiale del processo produttivo, ma vanno ad impattare direttamente anche sul come l'uomo produce conoscenza e contenuti.

Magnani con Mario Draghi ad un incontro ad Harvard

«L'automazione è arrivata anche ai livelli cognitivi», spiega Magnani, «già oggi le macchine sono in grado di produrre resoconti della giornata di Borsa o di partite. Esistono software in grado di elaborare diagnosi complesse tanto quanto se non di più di un medico».

Questo cosa significa? Moltissime cose. Le innovazioni nell'economia globale stanno avendo un impatto forte non solo sotto l'aspetto della vita, ma anche del lavoro, della socialità e dell'uguaglianza. Nell'estate 2019 Amazon ha presentato una flotta di droni autopilotati per consegnare gli ordini in mezz'ora.Nei due anni precedenti, il robot cinese Xiaoyi superava l'esame di abilitazione alla professione medica e l'androide Sophia otteneva la cittadinanza saudita dopo difficili test linguistici.

Le professioni intellettuali sono a rischio quanto il lavoro di operai e impiegati: sofisticati algoritmi eseguono transazioni finanziarie senza trader, scrivono articoli al posto dei giornalisti, analizzano contratti più rapidamente dei legali, formulano diagnosi più accurate dei medici. Come sempre nella storia, le macchine sostituiscono l'uomo e le innovazioni aumentano la produttività. Ma stavolta, in un mondo globalizzato e iperconnesso, c'è il timore di una crescita senza lavoro e non rispettosa dei vincoli ambientali, sociali, demografici, alimentari, energetici.

«Tutto ciò produce anche diseguaglianze spiccate nel mondo del lavoro, con persone che oggi non svolgono un lavoro ma più lavori». Il fenomeno non è solo effetto della perdita di valore del lavoro in sé, ma produce una serie di effetti su amplissima scala. «Il lavoro non è solo un modo di distribuire la ricchezza, ha una funzione identitaria e di integrazione sociale fondamentale».

E quindi? Quale è la soluzione? La visione apocalittica, o della decrescita felice non fa parte dell'orizzonte dell'economista Magnani. Partendo dalla premessa che «i mestieri che ci saranno tra 20 anni per buoni due terzi, circa il 65%, non esistono ancora e che le innovazioni sono talmente numerose e con un grado di diffusione talmente rapido» che con questo scenario vanno fatti i conti.

Per scongiurare una crescita insostenibile e un inutile conflitto uomo-macchina vanno individuate le modalità per consentire alle persone di vivere meglio grazie alla tecnologia. Attraverso alcune regole: come la focalizzazione sulla sostenibilità, quindi custodendo e coltivando il pianeta e sulla riscoperta dell'uomo-pastore: ovvero utilizzare le macchina per migliorare la vita. Accanto a questo c'è quell'idea di pre-distribuire la ricchezza prodotta dalla tecnologia, magari con un fondo sovrano dove far confluire le quote delle aziende tecnologiche. Magnani introduce così l'idea di un dividendo universale.

«Un'applicazione pratica è in Alaska», scrive Magnani nel suo libro, «dove dal 1982 viene distribuito a chiunque sia residente da almeno due anni un dividendo grazie ai proventi ricevuti dallo Stato per lo sfruttamento privato dei pozzi petroliferi».

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