Top100, ecco le cento imprese apripista: così il Nordest affronta il futuro

Dai numeri di bilancio le sfide che uno scenario in evoluzione pone ai grandi gruppi e agli attori locali

La punta di diamante del capitalismo del Nordest sembra godere di ottima salute. Nel loro insieme le prime 100 imprese per fatturato presentano infatti bilanci molto positivi, in alcuni casi davvero brillanti. Si tratta certamente di una fascia di imprese speciali: nessuna ha un valore delle vendite inferiore a 350 milioni e ben 30 superano il miliardo di euro.

Ci sono tutti i marchi noti dell'industria privata del Nordest: da Luxottica a De’ Longhi, da Calzedonia a Diesel, dal gruppo Aia al Caffè Illy, dalle acciaierie Beltrame agli impianti Danieli. Emergono tuttavia anche i gruppi di origine pubblica, come Fincantieri, Hera, Asco, Autobrennero. E svettano catene commerciali come Eurospin, Lidl, Pam, Unicom, Despar, con volumi di vendite da due a cinque miliardi di euro.


Nel 2017 il fatturato complessivo di questo gruppo di imprese leader del Nordest ha sommato quasi 100 miliardi di euro, in crescita del 9% rispetto al 2016, con un margine lordo cresciuto addirittura del 20%. Tutti gli indici di redditività sono in miglioramento.

Sempre più globali

L'organizzazione internazionale, non solo la vocazione all'export, è un tratto peculiare delle imprese maggiori del Nordest. Togliendo le utility a capitale pubblico e i gruppi nazionali della distribuzione organizzata, praticamente tutte le grandi imprese sono di fatto parte o al centro di gruppi multinazionali. Ciò induce a ritenere che il legame con il territorio di queste imprese sia un processo destinato a modificarsi nel tempo in base alle convenienze che si creano nei diversi contesti dell'economia globale.

Dialogare con questo gruppo di imprese leader dovrebbe dunque essere parte fondamentale di una politica industriale responsabile, il cui obiettivo è creare condizioni favorevoli per attirare e ancorare gli investimenti produttivi al territorio, senza tuttavia ostacolare lo sviluppo internazionale delle catene del valore. In un'economia aperta, il pericolo di politiche protezionistiche miopi da parte delle istituzioni nazionali è, paradossalmente, spingere ancora di più le imprese migliori all'estero, con una perdita di ricchezza, competenze e know-how che può estendersi a intere catene di fornitura.

Ci sono tuttavia nuove sfide che vengono dall'evoluzione dei mercati globali, non meno che da cambiamenti della nostra società.

La prima sfida è collegata al pericolo di un ritorno in Italia alla crescita zero. Infatti, se i deludenti dati congiunturali del secondo semestre del 2018 saranno confermati, i brillanti bilanci registrati nell’esercizio 2017 da molte aziende rischiano di diventare un amaro ricordo.

Protezionismo

Un'altra sfida viene dalle tendenze protezionistiche che, a partire dagli Usa, si stanno affermando in altri mercati chiave, quali Cina, Russia, America Latina. Di fronte a queste tendenze le imprese maggiori del Nordest saranno indotte ad accentuare la loro organizzazione multinazionale, spostando fasi di produzione nei mercati prossimi al consumo. Ostacolare questo processo sarebbe controproducente. Piuttosto, affinché le trasformazioni in atto non producano solo perdite per il territorio, è necessario che nella base domestica delle imprese si sviluppino nuove competenze tecniche e manageriali, insieme a nuovi modelli di governance, che premino il coinvolgimento dei lavoratori e delle reti di fornitura nei processi di innovazione.

Dialogo intenso

Istituzioni politiche, finanziarie e formative – in primis l'Università – devono fare la loro parte, dialogando più intensamente con i gruppi maggiori per realizzare progetti di modernizzazione economica e sociale del territorio. Tuttavia la componente più importante del capitalismo del Nordest dovrà farsi carico di responsabilità sociali e politiche verso le quali si è finora mostrato riluttante. Se non è immaginabile che il territorio possa fare a meno di imprese così importanti, tuttavia la competitività di queste imprese dipende anche da una comunità produttiva locale che ne riconosce il ruolo, ne alimenta dal basso l'innovazione e ne accompagna lo sviluppo. La prosperità futura dipenderà anche da questa nuova reciprocità.

Risotto alle capesante, zafferano e olio al prezzemolo

Casa di Vita