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“La lunga corsa” al Torino Film Festival: arriva da Trieste l’unico italiano in gara

Il lungometraggio di Andrea Magnani prodotto dalla Pilgrim in programma lunedì è coprodotto con l’Ucraina

Paolo Lughi
2 minuti di lettura

TRIESTE L’unico lungometraggio italiano in gara alla quarantesima edizione del prestigioso Torino Film Festival (in corso fino al 3 dicembre) è targato Trieste. Si tratta de “La lunga corsa”, opera seconda (dopo “Easy, un viaggio facile facile” del 2017, due nomination ai David di Donatello) di Andrea Magnani, cinquantenne regista, sceneggiatore e produttore riminese formatosi a Trieste, dove ha sviluppato insieme ad altri la Pilgrim Film, casa di produzione maggioritaria de “La lunga corsa”. In programma lunedì a Torino, dopo il debutto giorni fa in Estonia al Festival di Tallinn, il film è sostenuto anche dal Fondo per l’Audiovisivo del Friuli-Venezia Giulia.

Ma c’è un’altra rilevante particolarità produttiva (e insieme estetica) di questo secondo lavoro di Magnani. Come accadeva per “Easy” (ma qui con più scottante attualità) il film è coprodotto con l’Ucraina (con la Fresh Production) ed è stato interamente girato in quel territorio (“Easy” lo era in gran parte) nei mesi che hanno preceduto l’invasione russa.

Se ”Easy” era un road-movie lineare, da Grado all’Ucraina appunto, “La lunga corsa” si potrebbe definire un curioso road-movie circolare. Il tenero protagonista infatti, benché spesso impegnato a scappare sulle strade, praticamente corre in tondo e torna sempre al punto di partenza, ovvero un carcere. E se Magnani sembra comunque ammiccare all’opera prima “Easy” (forse per sottolineare una precisa cifra stilistica: il protagonista, ad esempio, è di nuovo un giovane atipico, naïf e stralunato) stavolta però anche si discosta da quel modello, verso un’estetica più radicale.

Laddove dunque “Easy”, benché stilizzato, restava un film sostanzialmente realistico, con luoghi riconoscibili e caratteri concreti, “La lunga corsa” invece è un film fra i più astratti del cinema italiano recente, con un’ambientazione indefinita, un’atmosfera universale da fiaba, e personaggi che sembrano alludere alle funzioni di Propp. Il protagonista è Giacinto (Adriano Tardiolo di “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher), un ragazzo nato in carcere da genitori reclusi, che viene cresciuto con marziale affetto dal capo delle guardie Jack (Giovanni Calcagno). Una volta adolescente, Giacinto viene giustamente spinto da Jack a cercare la propria strada fuori dalla prigione. Ma come una sorta di Pinocchio, questo ragazzo cresciuto in un contesto poco naturale, ben poco si adatta al mondo esterno. Così Giacinto cercherà ogni volta di farsi nuovamente rinchiudere fra le “materne” quattro mura carcerarie, convinto che correre in tondo negli spazi del penitenziario gli salverà la vita.

Paradossale romanzo di formazione, “La lunga corsa” sorprende sulle prime innanzitutto per l’accurato stile visivo, soprattutto negli esterni, dove la formula del road-movie appare appunto purificata, proiettata com’è negli sconfinati spazi ucraini, che a vederli oggi nel film assumono inevitabilmente un valore simbolico di attesa per l’ignoto, da deserto dei tartari.

Ma tante cose concorrono a creare un sospeso universo di finzione o di sogno: certe pose fisse e straniate degli attori, i colori timbrici alla Wes Anderson, le musiche a due voci di Fabrizio Mancinelli, la muraglia del carcere ricostruita nel nulla come un effetto felliniano, il suo grande cancello che si apre all’inizio e si chiude alla fine come un sipario, perché naturalmente tutto ciò che abbiamo visto sullo schermo è finto (ma sui titoli di coda vediamo tanti cancelli di vere prigioni italiane).

Eppure questo film surreale, ben più di tante storie neo-neorealiste, ci appare intensamente allusivo di molti giovani d’oggi “che non se ne vanno di casa”, allo stesso tempo aperti a ogni slancio entusiastico dei sentimenti, e prigionieri della percezione delle proprie debolezze e limiti.

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