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Javier Marias, da Proust a Comisso

La fascinazione per le spie, il valore del tempo ritrovato, la letteratura e l’idea della morte, il rapporto con la politica. La lezione del grande scrittore spagnolo ai contemporanei un po’ distratti

mario baudino
2 minuti di lettura

Creato da

(ansa)

C’è un piccolo libro di Giovanni Comisso (Agenti segreti di Venezia, 1705 – 1797) risalente agli Quaranta del Novecento – l’ultima edizione dovrebbe essere del 1984 per Longanesi) che è stato importante nell’opera, soprattutto quella più recente, di Javier Marìas. Me ne parlò per la prima volta anni fa, in occasione di un premio: altro che Wikileaks, diceva, pensando alla ricchissima documentazione proposta dallo scrittore veneto sull’attività delle infallibili spie e agenti segreti di San Marco. E come non pensare a Comisso, oggi, almeno per Berta Isla e Tomás Nevinson, i romanzi del 2019 e di quest’anno usciti in italiano per Einaudi? Forse non è tardi per un ulteriore ricordo dello scrittore scomparso l’altro giorno, quantomeno per sottolineare che era un autore del «se». «Se quella notte mi avessero domandato come avrei reagito di fronte a un uomo che avesse tirato fuori una spada in un gabinetto pubblico...» dice ad esempio nell’ultimo volume della trilogia Il tuo volto domani il protagonista-narratore Jaime Deza, e non sa darsi altra risposta se non quella costituita dal romanzo stesso, una cascata sintattica che diventa corpo a corpo con il tempo.

Marìas è stato anche uno scrittore «difficile», per via delle sue lunghe frasi, del respiro ampio della prosa; difficile ma amatissimo dal pubblico dei lettori, e per quanto riguarda l’Italia fu amore ricambiato nei confronti dei nostri autori non solo classici. E’ stato un intellettuale che non si negava alla discussione pubblica sui temi della politica e della società, critico almeno fino a qualche anno fa verso il suo Paese, la Spagna, e in generale verso la situazione europea. Ma con un’importante distinzione: «Quando scrivo romanzi non sono un cittadino». Lo ha ripetuto varie volte, spiegando che «Quando si scrive per la stampa, lo si fa col proprio nome. Si suppone che non sia finzione. Nel romanzo lo scrittore è più libero, più selvaggio. In quasi tutti i miei libri c’è un narratore in prima persona, però il narratore non coincide necessariamente con me, non mi sento del tutto responsabile delle cose che dice. E forse per questo c’è più verità di quando si scrive per la stampa, dove si è consapevoli del dove e del perché. Nel romanzo uno è più sincero, brutale, pessimista».

In questi tempi in cui si tende a identificare tout court l’autore che scrive il libro con il narratore che in esso dice io, chiedendo coerenza tra vita e scrittura e creando quel corto circuito che passa sotto varie etichette, da appropriazione culturale a cancel-

culture, magari fino al cosiddetto me-too (forse un po’ in ribasso alla borsa dei tic culturali), l’eredità che ci lascia Marìas è importante, persino al di là dei suoi titoli: in quanto cioè atteggiamento nei confronti della vita e della letteratura, quella misteriosa e forse ingannevole salvezza promessa dall’arte. Andrebbe quantomeno meditata dagli inesausti produttori di romanzi che ci circondano, dalle anime belle all’insegna delle buone intenzioni.

«Penso al romanzo come alla forma d’arte, insieme forse alla musica, che può occuparsi del tempo e rappresentarlo con la maggiore acutezza. Può restituirci la durata del tempo che veramente conta, quello che abbiamo vissuto intensamente. Può dare al tempo, che nella vita non ha tempo di esistere, proprio il tempo di esistere». A noi ricorda un molto da vicino un passo piuttosto celebre di Proust (riferimento stranamente ignorato nel fervore delle rievocazioni), a proposito della “sonatina” di Vinteuil che rivela a Swann il suo amore per Odette: «Forse solo il nulla è il vero, e tutto il nostro sogno è inesistente; ma allora sentiamo che è necessario che anche queste frasi musicali, queste nozioni aventi esistenza solo in relazione con esso, non siano nulla. Noi periremo, ma avendo per ostaggi queste prigioniere divine, che seguiranno il nostro destino. E la morte con loro ha qualcosa di meno amaro, di meno inglorioso, di meno probabile forse».

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