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Galiano e la buona scuola: “Educare è solo un altro modo di amare”

Aggiornato alle 2 minuti di lettura

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I professori devono farsi odiare dagli studenti? Dopo l’intervista pubblicata su Specchio e il dibattito nato sui social intorno a questa domanda, il professore e scrittore Enrico Galiano interviene sul rapporto tra studenti e docenti, approfondendo il suo pensiero.

Partiamo da una specie di assioma: educare è, alla fine, solo un altro modo per dire amare. Non credo a nessuna di quelle teorie che parlano di predellini, cattedre rialzate, insegnante autoritario e disciplina prima di tutto. Nel 2022, con tutto quello che le neuroscienze e la padagogia hanno portato alla luce, sarebbe come credere a Babbo Natale. Primo perché non funziona; secondo perché un tipo di educazione come questa può fare danni incalcolabili. Bene. Che educare e amare sono la stessa cosa me l’hanno insegnato due ragazzini qualche anno fa. Ascoltate questa storia.

Eravamo in gita verso Trieste, loro due volevano baciarsi. Siccome eravamo in autobus e stavano un po’ esagerando con le - chiamiamole così - effusioni, io intervenni per far loro notare che non era molto consono limonare bellamente dentro una corriera, davanti a compagne e compagni. Loro smisero, ma dopo un po’ ripresero a farlo, e allora fui costretto a spostarli e dividerli.

Ebbene, dopo averli spostati, avreste dovuto vedere come si guardavano! Non credo Romeo avesse dedicato sguardi più nostalgici in direzione di Verona, dal suo esilio a Mantova, rispetto a quei due che si lanciavano occhiate furtive a sei sedili di distanza dentro una corriera.

E perché quella era stata una lezione, per me? Perché in quel momento mi resi conto che, dividendoli, avevo fatto loro un favore, perché - oltre la banale lezioncina sulle regole e sul contesto - gli avevo fatto dono del desiderio di baciarsi, che dopo il mio divieto era salito alle stelle. Il mio no era diventata una lente di ingrandimento su quella passione adolescenziale: mi ero fatto un po’ odiare, però gli avevo regalato qualcosa di unico. Perché diciamocelo: quanto magici sarebbero poi stati, i loro baci? Quanto indimenticabile il brivido di rubarli di nascosto mentre io non vedevo? Quanto il mio farmi voler male aveva infuso forza al loro cercarsi?

Tutto questo all’epoca mi portò a riflettere sui rapporti, sul volersi bene: perché se educare è amare, è importante chiedersi qual è il modo giusto di amare qualcuno, se ne esiste uno. E così arrivai alla domanda: quante cose facciamo per amare, e quante per il desiderio di essere amati?

In classe è esattamente così: sai che la cosa più importante è il bene dei tuoi studenti, ma ogni tanto capita che questo confligga con il “farsi voler bene”. Questo succede quando devi pronunciare una parola che non piace a nessuno sentirsi dire: no.

Il no di noi grandi, genitori, educatori, allenatori che siamo, non serve solo a insegnare una regola: prima di tutto insegna a desiderare. Non impartisce divieti: allarga il perimetro dei sogni.

Sarebbe molto più facile dire sempre di sì, e quanto ci faremmo volere più bene, vero? Però ogni tanto, se davvero hai a cuore il bene del ragazzino o della ragazzina che hai di fronte, devi accettare che i tuoi no ti facciano volere un po’ male.

Poi passa, eh? Un giorno, un mese, degli anni, e quei no saranno il motivo per cui ti ringrazieranno. Si volteranno indietro e riconosceranno che quel no non era altro che una preziosissima parola d’amore.

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