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Caccia ai misteri degli egizi

Sfingi, obelischi, collezionismo, tra sparizioni e ritrovamenti: una lunga avventura nella città ottocentesca, il filo che lega San Giusto a Miramare

Sonia Sicco
4 minuti di lettura
la sfinge del porticciolo di Miramare 

TRIESTE Nel corso dell’Ottocento Trieste scoprì l’Egitto, e se ne innamorò. I salotti delle dimore nobiliari o borghesi competevano tra loro nello stupire ospiti e amici esponendo cose esotiche e “meravigliose”. Di questa passione, nata quando la città divenne principale porto dell’Impero asburgico, Trieste conserva tracce e memorie, da Miramare a San Giusto.

Quella con l’Oriente fu per Trieste una frequentazione con radici antiche. La Tergeste romana testimonia gli scambi di manufatti e di fede attraverso i numerosi ritrovamenti. Come il frammento di iscrizione appartenente a un luogo di culto dedicato a Iside Augusta ritrovato nel 1863 nel cosiddetto Stipe di Gretta, reimpiegato nella Cattedrale di San Giusto. I rapporti proseguirono in età Paleocristiana per poi affievolirsi, fino a quando, per volontà di Carlo VI, la rotta commerciale con la terra del Nilo venne ripristinata. Maria Teresa dichiarò il libero commercio con il Paese con un primo decreto del 1770 e nel 1779 promise massima protezione alle “parti commercianti con l’Egitto”.

Un attivismo che non mancò di insospettire la Repubblica di Venezia, che inviò Giacomo Casanova ad indagare sulla concorrenza. Nell’Ottocento, triestini costituirono banche al Cairo, società triestino-egiziane, mentre la rotta marittima Trieste-Alessandria venne avviata nel 1837 e mantenuta grazie al Lloyd di Navigazione.

Marinai, impiegati, meccanici e giardinieri si recarono in Egitto dove acquistarono piccoli e grandi reperti poi portati, e spesso venduti, in madrepatria. Così, quando nel 1873 venne istituito ufficialmente il Museo Civico d’Antichità – racconta Marzia Vidulli Torlo nel catalogo della collezione egizia del Civico Museo di Storia e Arte di Trieste (2013), da cui molte di queste informazioni sono tratte – questi si fecero donatori dei loro “tesori, andando a formare la collezione triestina”. Un esempio è il “raffazzonamento di cose genuine e false” donato nel 1904 da Francesco Basilio, una composizione con mano di mummia con vari amuleti. O il sarcofago Panfili, pegno di pagamento di un brigantino inglese che dovette far scalo a Trieste a causa di un’avaria.

Certo è che nell’Ottocento i triestini potevano accedere alle suggestioni della terra delle piramidi passeggiando in città. Senza indugiare sulla leggenda dei tre sarcofaghi di via Crosada, o sugli spettacoli con belve, basterà sapere che nel Borgo Giuseppino non mancavano le esposizioni di curiosità esotiche. Nel novembre 1859 ad esempio venne anche esposta in pubblico, in via San Sebastiano, una mummia egizia.

Tra le molte curiosità, c’è la storia del conte Anton Laurin, che nel 1847 donò alla città una colonna monolitica in granito rosa alta più di 13 metri, rinvenuta in un giardino ad Alessandria d’Egitto. Il Municipio accettò il dono, ma a causa dei significativi oneri per il trasporto non andò mai a prelevarla. Nella memoria collettiva della città la colonna si trasformò in obelisco, tanto da vantare successivamente diritti sul cosiddetto “ago di Alessandria” poi salpato verso New York.



Ad ogni modo, due obelischi Trieste li ebbe, ancorché non originali e antichi, ma significativi del gusto dell’epoca. Il primo venne commissionato da alcuni notabili della città in ricordo della cosiddetta Dedizione di Trieste all’Austria del 1382. Nel quinto centenario dall’avvenimento, nel 1882, l’opera celebrativa venne assegnata allo scultore dalmata Giovanni Rendic e inaugurata il 25 marzo 1889 in piazza Libertà, di fronte alla stazione ferroviaria. Con l’arrivo dell’Italia il simbolo del passato divenne ingombrante, fu dunque smembrato e ricollocato in varie parti della città: se dell’obelisco sembrano essersi perse le tracce, le pietre del basamento, ad esempio, vennero reimpiegate per costruire la cappella della Madonna in piazzale Umberto I a Opicina.

E a Opicina c’è l’altro obelisco, monumento commissionato a Biagio Valle nel 1834 dal Collegio mercantile di Trieste e dedicato all’Imperatore Francesco I d’Austria come segno di gratitudine per l’apertura della Strada nuova tra l’Italia e l’Austria.

Raccontare il legame tra Trieste e l’Egitto non può prescindere dagli uomini che lo crearono.

Emblematico il nome di Antonio Cassis Faraone (1745-1805). Nativo di Damasco, gran doganiere appaltatore delle imposte reali, si stabilì nel 1786 nella rampante Trieste, dove trasferì le sue ingenti ricchezze, le collezioni d’arte, ma soprattutto il lifestyle, l’abbigliarsi all’orientale, il parlare ostentatamente in arabo e il farsi accompagnare sempre da servitori mori. Già proprietario del Teatro Verdi – quando si chiamava allora Teatro Grande – prese dimora nell’attuale villa Necker, il cui parco trasformò in giardino di delizie popolato con aranceti e giochi d’acqua. E se Joseph Passalacqua (1797-1865) fu uno scopritore di reperti, tanto da cedere la propria collezione nientemeno che a Federico Guglielmo di Prussia, un ruolo di primo piano lo ebbe il barone Pasquale Revoltella, vice presidente della Società del Canale di Suez. Nella biblioteca presso la sua casa di città, l’odierno Museo Revoltella, è visibile, insieme al diario del viaggio compiuto tra il 1861 e il 1862 per sorvegliare i lavori dell’Istmo, la monumentale “Description de l’Egypte”, ventiquattro volumi formato mammutfolio corredati da undici volumi di tavole, pubblicata dopo la monumentale campagna napoleonica in Egitto per studiare e descrivere il Paese. Dal viaggio Revoltella ritornò con alcuni reperti, come un vaso canopo con testa di babbuino, idoli di bronzo – poi risultate copie – amuleti, scarabei.

Lo stesso Arciduca Massimiliano d’Asburgo fu un grande appassionato di reperti egizi, tanto da meditare su un edificio che li raccogliesse nel Parco di Miramare. La sua morte prematura spense il progetto e la raccolta di 1.930 oggetti rimase a Miramare fino al 1883, anno in cui prese la via di Vienna integrando le collezioni di corte, oggi al Kunsthistoriches Museum. La florida, bella sfinge in marmo rosa che vigila sul porticciolo del castello di Miramare è oggi l’unica, affascinante sopravvivenza triestina della collezione.

Due figure priapiche, due amuleti con lo stesso soggetto “in pasta verde” e tre donne in posizioni licenziose, in sintonia con gli interessi dell’affascinante esploratore e orientalista, nonché console inglese a Trieste, Richard Burton, furono da lui donati al Museo di Trieste. Esotico, audace, Burton partecipò anche alla missione per la scoperta delle sorgenti del Nilo insieme a John Anning Speke, a cui si ispirò il film “Le montagne della Luna”. Il suo salotto a villa Economo, in salita Promontorio, era eclettico, disseminato di trofei raccolti nei numerosi viaggi, e con i suoi racconti di vita non mancava di scandalizzavano l’alta società triestina.

L’esotico fa parte di Trieste, che nell’Ottocento percorse rotte commerciali e culturali in Paesi lontani che ne segnarono l’identità, l’immaginario, il gusto. Sono storie di uomini e opere da scoprire attraverso percorsi ricchi di suggestione per l’osservatore curioso e di cui la città è generosa custode. —

(16-Continua)


 

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