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Balcani, un pezzo di Europa rimasto sospeso tra passato ottomano e incerto presente

Il libro di Egidio Ivetic, docente di Storia moderna dell’Università di Padova

PIERLUIGI SABATTI
3 minuti di lettura
Migranti pakistani e afghani si servono della rotta balcanica per entrare in Europa, trovando spesso barriere 

TRIESTE Nel suo “La frontiera spaesata», Giuseppe Samonà definisce i Balcani un territorio indefinito, che non si sa dove cominci e dove finisca. C’è solo un punto di partenza: Trieste. Poi?

Poi, dove cominciano i Balcani? Domanda alla quale viene risposto indicando sempre il Paese che segue «fino a che – rileva Samonà – non ti indicheranno in direzione delle terre che hai appena abbandonato».

«L’indeterminatezza del corpo geografico dei Balcani rivela l’indeterminatezza della conoscenza storica e culturale di tale area» argomenta Egidio Ivetic, che individua dove cominciano i Balcani nel suo agevole volumetto, breve ma densissimo di informazioni, intitolato ovviamente “I Balcani”, sottotitolo “Civiltà, confini e popoli (1453-1912)”, editore Il Mulino (218 pagine, 15 euro). Un valido baedeker per affrontare questa fetta d’Europa mal conosciuta e dannata dagli stereotipi.

Egidio Ivetic 


Egidio Ivetic è professore associato di Storia moderna all’Università di Padova. Nato a Pola ai tempi della Jugoslavia, dopo la naja nella Federativa. studia a Padova dove si laurea in Storia moderna. Dal 2000 insegna Storia dell’Europa orientale. Ha collaborato con il Centro di ricerche storiche di Rovigno, una delle più prestigiose istituzioni culturali della comunità italiana oltre i confini.

Dunque, dove cominciano i Balcani? Con la linea Fiume-Karlovac-Belgrado-foci del Danubio. «Sul Danubio e il Sava – sottolinea Ivetic – fiumi ma anche antiche frontiere romane e bizantine, l’opinione è alquanto concorde». Ne fanno parte il Sud della Croazia, la Bosnia ed Erzegovina, la Serbia, il Montenegro, il Kosovo, la Bulgaria, la Macedonia del Nord, l’Albania, la Grecia e la Turchia.

Ivetic ci ricorda che il nome Balcani è recente perché fu coniato dal geografo tedesco August Zeune nel 1808. «Egli pensava che il Balkan, la catena che si trova in Bulgaria fosse un tutt’uno con la catena dei monti dinarici, che si vedono in Dalmazia e arrivano al Carso di Trieste e Gorizia». Un errore, che però è rimasto a denominare la “penisola balcanica”, anche se questo territorio è ben poco peninsulare, però ci stava la similitudine con le due altre grandi penisole mediterranee, l’italiana e l’iberica.

Sgombrato il campo della geografia, affrontiamo il ben più difficile aspetto culturale: come i Balcani sono diventati i Balcani?

Lasciamo da parte la storia romana e bizantina di questi territori e arriviamo al punto nodale: la conquista ottomana. Sono tre gli uomini che cambiano la storia dell’Anatolia e dei Balcani: Osman (1280-1324), suo figlio Orkhan (1324-1362) e il nipote Murad (1362-1389), i quali in un crescendo irresistibile avvieranno la conquista che porterà nel 1600 il 90 per cento dei territori balcanici sotto il dominio della Sublime Porta. Dominio che culminerà con l’assedio di Vienna del 1683, che ci lascerà come eredità il caffè, bevanda prima sconosciuta in Europa.

E saranno «le molte trasformazioni» volute dagli Ottomani a rendere «balcanici i Balcani, tra queste anche i fenomeni di resistenza ai modelli ottomani» sottolinea Ivetic.

L’impero viene diviso in due parti: l’Anatolia e la Rumelia, nome che indica la parte europea derivante da Roma. Un riconoscimento della presenza cristiana che si manifesta anche nelle leggi, lasciando ai pope di dirimere le vertenze civili.

E viene organizzato con la suddivisione in province e la valorizzazione delle città; il ripristino delle comunicazioni con il restauro delle strade romane e il riordino dell’esercito, ben diverso dalle «masse indisciplinate di assoldati e alle caotiche cavallerie dei nobili europei». Lo Stato è centralista, «ma si trattava – spiega Ivetic – di un centralismo avanzato come più tardi avverrà nella Francia di Luigi XIV».

Certo l’islamizzazione era favorita e talvolta imposta, certo la repressione era crudele ma guardando, ad esempio, la Bosnia Ivetic rileva che la convivenza «tra il patriarcato serbo di Peć, con i suoi episcopati e monasteri, le centinaia di moschee e anche lo spessore culturale dell’Islam bosniaco, nonché infine la provincia francescana, con i suoi conventi, non ebbe eguali in nessun luogo dei Balcani e dell’impero ottomano».

Impero in guerra perenne con due altri grandi imperi quello asburgico e quello russo. Che si considerano antemurales christianitatis e combattono i turchi, oltre a combattersi vicendevolmente e con altre potenze regionali, come le chiameremmo oggi. Ivetic non tralascia di descrivere a lungo le guerre tra Venezia e gli Asburgo in Adriatico.

Ma nel secolo dei Lumi l’impero ottomano non ce la fa a confrontarsi con la modernità e con l’espansionismo del capitalismo dell’Europa centro-occidentale. L’immensa creazione statuale che aveva i suoi confini a Sud nel Mediterraneo e nei deserti arabi comincia a perdere i pezzi.

È l’Italia, con la guerra di Libia del 1911, a sferrare un duro colpo, poi seguiranno le guerre balcaniche del ’12 e del ’13, infine la Grande Guerra. La presenza ottomana rimarrà confinata un una piccola porzione di territorio che è oggi la Tracia orientale.

La Turchia, dopo essere stata il grande pericolo per la cristianità, diventa nell’Ottocento il simbolo dell’arretratezza, e infine la polveriera d’Europa. E, non a caso, il Ventsimo secolo si apre con le guerre balcaniche e si chiude con le guerre jugoslave in quel territorio che è cesura tra mondo latino, mondo slavo e mondo tedesco e tra cristianesimo e Islam.

Come capire tutto questo? Studiando la storia certo, ma – avverte Ivetic – la letteratura spesso riesce a spiegare meglio le vicende umane e consiglia la lettura del “Ponte sulla Drina” di Ivo Andrić e del “Derviscio e la morte” di Meša Selimović. –




 

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