Nel film l’osmiza è friulana Gaffe storica per Battiston

L’attore udinese sta girando “Zoran, il mio nipote scemo” patrocinato dalla Regione «Una nostra tradizione, si ordina in marilenghe». Ma è un’istituzione tutta triestina

TRIESTE. L’osmiza? Un luogo ameno dove si ordina in marilenghe e fa parte da sempre della tradizione friulana. Uno scherzo? No, una realtà, almeno a giudicare dall’intervista che l’attore friulano Giuseppe Battiston ha rilasciato alla “Repubblica”. «Sì, siamo nel regno delle osmize, le frasche friulane. Osterie a conduzione familiare che vendono i prodotti del luogo (...)» e più avanti: «(...) io sono di Udine, le frasche sono subito fuori».

Va bene che Battiston, per motivi di lavoro, non frequenta più tanto il Friuli Venezia Giulia, ma attualmente sta girando proprio qui il suo nuovo film, «Zoran, il mio nipote scemo», che tra l’altro è patrocinato proprio dalla Regione... E dunque? Magari l’attore, quel simpatico orsetto che ha legato il suo fisico strabordante a molte commedie italiane dell’ultima generazione, c’entra poco. È stata la stessa Regione, anzi, a ribadire nei comunicati il concetto, come il regista Oleotto, che ha lavorato cinque anni al film e afferma di conoscere profondamente i luoghi...

Di fatto, però, nel comunicato stampa si legge che «il film è ambientato nel regno delle Osmize, le frasche friulane, (...)». Una castroneria storica assoluta, che fa a pugni con la realtà e innesca i pensieri più maliziosi.

«I ne porta via tuto, anche le osmize?». Possibile, perché l’appetito dei friulanisti, come insegna la storia recente, è totale e smodato. Partiamo dalla frasca, quel ramo di vite posizionato agli incroci che costituisce la più efficace pubblicità in assoluto. Indica le “osmize”, tradizione carsica per eccellenza che pare risalga addirittura ai tempi di Carlo Magno. Secondo una prima lettura sarebbe stato l’imperatore, intorno all’810, a emanare un editto con cui concedeva a tutti i viticoltori dell'Impero il diritto di vendere direttamente il loro vino, ma per non più di otto giorni. Di qui l’etimologia del nome, che deriva dallo sloveno osmica (che si legge nella stessa maniera), frutto di “osem”, otto, come i giorni concessi e ormai, almeno sul Carso, rappresenta la vendita al pubblico di vino. L’imperatrice Maria Teresa aveva poi implementato e confermato tale diritto.

E qui subentra il primo dubbio. Cosa c’entrano i friulani e il Friuli con un provvedimento asburgico, loro che all’epoca gravitavano nell’ottica della Serenissima, intesa come Venezia? Poco o niente. Anche perchè, già allora, si poteva arrivare a una sorta di distinzione geografica naturale tra l’Impero e il resto. Di più: senza andare troppo lontano si scopre che appena superata Duino ed entrati nella Bisiacaria, vi si spalanca davanti il mondo delle “private”, simili nel sistema ma ancora più naif. Dopo Cormons, non si scappa, si entra nel territorio delle “frasche”. L’osmiza non c’è proprio.

Di solito tali locali, almeno nella nostra area, aprono i battenti ai primi segni di primavera, ma è una regola non scritta e che non vale per tutti. La zonizzazione è alquanto ampia: si va dall’immediata periferia di Trieste, dal Muggesano a Borgo San Sergio o San Giuseppe della Chiusa fino alle borgate dell'altopiano carsico come Gabrovizza o Monrupino.

Certo, i recenti passaggi di qualità hanno portato ad abbandonare le botti di legno in favore di tini d’acciaio mentre altri, partendo dalla frasca, hanno iniziato delle vere e proprie produzioni. Trovare il vino «fuori dalla norma», che fa gridare alla scoperta miracolosa è impresa quasi impossibile. Dai tini comunque vedrete peraltro trarre tutti i vini tradizionali, dal Terrano, aspro e nerissimo a bianchi più leggeri e odorosi come è la Vitovska, secca e con un vago profumo di mandorle, o la Malvasia, di origine istriana, per finire infine con la Glera, riconoscibile dal colore giallo intenso e dal sapore molto aromatico. A Sgonico, non a Bicinicco...

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