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Cantiere abbandonato: mistero a Campo Marzio

Ogni giorno si contavano più di cento lavoratori. A inizio maggio sono spariti

4 minuti di lettura

«Siamo alla settima settimana in cui non si muove foglia. Anzi, ultimamente, al mattino, di buon’ora, sono venuti dei camion: hanno caricato materiale edile e attrezzature varie, e hanno portato via tutto». Parola di un residente di Campo Marzio. Il balcone di casa sua s’affaccia sul cantiere targato Cmc. È la Spa incarnata da Sergio Hauser e Donata Irneri, e proprietaria dell’enorme quadrilatero stretto tra via Picciola e via Reni, dove un tempo sorgeva l’ex concessionaria Fiat. E dove, oggi come oggi, non è dato sapere se e quando verrà completato il colossale progetto firmato in origine dall’ingegner Giovanni Cervesi da 135 appartamenti, più 676 posti auto e un centro commerciale da 1.500 metri quadrati, per cui si narra sia forte (o per lo meno sia stato forte) l’interesse della Pam.

Il mistero

Il bucone di Campo Marzio, insomma, al momento è un mistero. E per nulla buffo posto che qui si parla, oltre che di una partita immobiliare da parecchi milioni di euro, del più grande cantiere edilizio contemporaneo della città promosso da un soggetto privato. Autorizzato e avviato da anni nonostante le polemiche e le resistenze storiche di comitati e ambientalisti.

Una trasformazione radicale per la quale c’è chi ora prospetta financo un destino da mostruosa incompiuta a cielo aperto, nel bel mezzo di Trieste, tra gettate di cemento armato rimaste grezze e cumuli di tondini di ferro mai affogati nel calcestruzzo. «Preferisco ruderi romani a nuove alte palazzine, e a centinaia di nuovi posti per auto destinate a entrare e uscire di continuo da sotto casa mia», sibila però la stessa persona che sta tenendo il conto delle settimane di impasse.

La fuga

Il cantiere, in effetti, era un formicaio di maestranze e si è, di colpo, desertificato. Era la prima decade di maggio quando sparirono uno dopo l’altro (dirottati su altri lavori edili in Lombardia e Piemonte) gli oltre cento operai delle imprese in subappalto, prevalentemente veneti ed egiziani, che il colosso trentino Collini aveva fatto lavorare quotidianamente in loco per più di un anno e mezzo. Collini è il general contractor individuato dalla Cmc nel 2010, in sostituzione della Vittadello di Padova, co-protagonista (proprio con Cmc) di un primo contenzioso sui contenuti (prevalentemente economici) del contratto. Contratto poi stracciato da Cmc e riscritto appunto con la Collini.

La pista economica

È un rompete le righe, questo di maggio, che secondo voci insistenti potrebbe esser addirittura il preludio di un’interruzione dei lavori a tempo indeterminato, figlia della crisi economica (e dunque immobiliare). E figlia forse (perché questo sostengono, corrosivamente, le voci di cui sopra) di una differenza di vedute, per così dire, tra Cmc e Collini sul quanto e il come. Si mormora infatti che il cliente (Cmc) abbia proposto al fornitore (Collini) di poter pagare una parte del pattuito sotto forma di appartamenti. Una quota di quegli stessi appartamenti che il fornitore è chiamato a costruire in base al contratto. A un primo approccio interessato, però, sarebbe seguita una rottura. Motivo: il valore al metro quadro di tali appartamenti stimato dal cliente (cinquemila euro, o giù di lì) sarebbe stato ritenuto irricevibile dal fornitore: troppo alto, troppo poco conveniente.

I mezzi silenzi

Da allora il cantiere è fermo. E vuoto. Oddio, fermo sì ma vuoto non proprio. Sono sbarrati gli accessi di via Reni e via Campo Marzio, mentre il terzo, da via Murat, si mostra ancora parzialmente aperto. Non per il transito di un camion, ma per dei pedoni sì, così almeno era lunedì. Al numero di telefono triestino della Collini, che rimanda al container direzionale dentro il cantiere in questione, qualcuno risponde. Segno che la smobilitazione non è totale, un presidio continuo c’è. «Dovete chiamare la Cmc», si sentiva dire dall’altro capo, sempre lunedì.

La pista burocratica

«C’è un committente, non abbiamo nessun titolo per dichiarare più di quanto non si veda», tagliano corto, quindi, in via anonima, direttamente in ambienti Collini. Sul forte Cmc, nel frattempo, la persona più alta in grado non è in ufficio, e non richiama. Una fonte riservata, vicina alla Spa, assicura invece che forme e termini di pagamento non costituirebbero un problema, per il cliente. Il problema al contrario, e in via di risoluzione peraltro, sarebbe stato rappresentato dalla velocità con cui procedeva e cresceva il cantiere. Una velocità tale da rischiare di superare i permessi burocratici esistenti, e di esporre eventualmente la Cmc a multe, se non addirittura a leggendari sequestri del cantiere. Da qui la frenata o, meglio, l’inchiodata della Collini. In attesa dell’ultimo Pac, dell’ultimo Permesso a costruire, col timbro del Comune.

L’ultimo permesso

Una volta completate le opere sotterranee, riferisce un’altra fonte riservata sempre vicina al committente, si sarebbe resa opportuna una «sospensione temporanea dei lavori» per evitare che l’iperattenzione riservata dall’opinione pubblica al più grande cantiere privato della città mettesse a nudo una non corrispondenza tra il progetto originario e ciò che si andava a realizzare. Si sarebbe così preferito aspettare che dal Municipio uscisse il “nulla osta” alla concessione in variante, una variante urbanistica richiesta cioè dalla Cmc per poter prevedere principalmente nuove terrazze sulle facciate delle palazzine progettate in origine da Cervesi, in maniera tale da rendere più appetibili sul mercato immobiliare gli appartamenti un domani in vendita.

L’assessore

Da una decina di giorni questo “nulla osta” esiste. Lo conferma l’assessore di Cosolini competente in materia, Elena Marchigiani: «Il soggetto privato ha presentato le integrazioni da noi richieste e noi abbiamo potuto rilasciare la relativa autorizzazione. Abbiamo stralciato per ora soltanto l’ultimo parere della Commissione paesaggio ma l’autorizzazione, sulla parte strutturale, già c’è. In questo modo si è permesso anche al privato stesso di poter tornare a procedere».

Il professionista

E perché allora tutto continua a restare immobile? Hanno ragione le voci che parlano di un possibile divorzio tra Cmc e Collini? L’architetto Fabio Assanti, che si è occupato proprio di tale variante per conto della Cmc, pur mantenendosi sul piano squisitamente tecnico una risposta la dà. Il consiglio sottinteso è: si aspetti ancora un po’, e si vedrà. «Esistono dei tempi tecnici e burocratici - rileva Assanti - che vanno osservati. Per ora c’è un avviso di adozione per Pac, esposto all’albo comunale e inviato al richiedente via raccomandata. Vi sono specificati quali e quanti oneri deve pagare per ritirare il permesso in forma definitiva. A quel punto il richiedente può andare in banca, a chiedere eventuali fideiussioni, così da poter tornare in Comune per versare subito la prima rata e presentare il piano a rate semestrali del saldo. Successivamente i messi comunali vengono attivati per notificare al richiedente, entro trenta giorni, il provvedimento definitivo».

Il sindacalista

Potrebbero volerci «due o tre settimane ancora», in sostanza, stando alla mera prassi, prima di veder tornare gli operai. In caso contrario gli allarmi sarebbero più che motivati. Al momento, però, tutto tace. Anche a livello di convocazioni di lavoro, pare. «Non ci risulta ad oggi che esistano date di rientro in servizio», precisa a questo proposito il segretario locale della Cgil edilizia, Marino Romito. Tra tante insicurezze, una sola certezza. Il progetto, in ogni caso, non potrà essere mai completato entro la data di ultimazione dei lavori che resta indicata ancor oggi sulla tabella del cantiere: 22 settembre 2012.

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