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Chiesa slovena, un crac da 900 milioni

Le tre holding controllate sono fallite. A rischio 10mila posti di lavoro. Sul banco degli imputati c’è l’arcivescovo di Lubiana

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TRIESTE. È il crac finanziario più pesante della storia della Slovenia. Un buco da 900 milioni di euro e 10mila dipendenti che rischiano il posto di lavoro. Opera di un faccendiere senza scrupoli? Di un criminale finanziario? Niente di tutto questo. A fallire è stata la Chiesa, o meglio, le holding controllate dalla Chiesa. E sul banco degli imputati c’è l’attuale arcivescovo di Lubiana Anton Stres, il quale nella sua veste di presidente del Consiglio economico dell’arcidiocesi di Maribor, tra il 2000 e il 2006, quando era vescovo ausiliario di Maribor, ha preso tutte le decisioni, secondo gli analisti, che hanno condotto allo sfascio odierno.

La piramide finanziaria ecclesiastica è crollata sotto i colpi del fallimento delle tre principali holding: Zovn (campana) ena, Zvon dva e Gospodarstva Rast. Quest’ultima è rimasta col portafoglio pieno solo di ragnatele. Il suo conto corrente presso la Nova Kreditna Banka Maribor (Nkbm) ammonta a 311 euro e nella cassa della società ci sono appena 128 euro. Intanto i debiti crescono a causa degli interessi di mora di circa 3,5 milioni al mese. L’esatto ammontare del crac potrà essere quantificato solo quando i tre curatori fallimentari, Alenka Gril, Vida Gaberc e Mojca Breznik avranno fatto con cura il conto di tutti i debiti esistenti.

A essere direttamente danneggiate dal fallimento della Chiesa sono le banche, soprattutto quelle sotto il controllo dello Stato le quali hanno fornito crediti alle autorità porporate senza adeguate garanzie. Così la Nova Ljubljanska Banka (Nlb) che ha erogato prestiti correnti alla Chiesa per 90 milioni di euro potrà forse vedersi restituire scarsi 14 milioni. La Nlb, assieme alla Banka Celje, sarebbe titolare di qualcosa come 340 milioni di euro, la Nkbm di 51 milioni e la Abanka, il cui azionista di maggioranza è la Zavarovalnica Triglav (assicurazioni) controllata dallo Stato, di 139 milioni. Sul piano degli immobili la Chiesa perderà un valore stimato di circa 10 milioni di euro con la cessione del monastero di Betnava, la fabbrica di organi del monastero Studenica fino alla bibliotega Slomšek.

Oltre alle banche, però, ora sono sull’orlo del fallimento per i prestiti concessi alla Chiesa anche numerose aziende slovene come la Steklarna Rogaška (17 milioni di crediti), la Helios (5,3 milioni di crediti), la Mladinska knjiga (4,6 milioni di crediti) e Iskra Avtoelektrika (1 milione di crediti). La Chiesa, attraverso le proprie holding, aveva partecipazioni azionarie in circa 50 aziende slovene. Ora le banche hanno espresso l’intenzione di riunirsi in una sorta di consorzio per poi mettere in vendita le partecipazioni ecclesiastiche. Il caso più eclatante è quello del gruppo Helios Domžale e Belinka di cui la Chiesa deteneva il 40% del pacchetto azionario del valore di circa 45 milioni di euro. Il gruppo dà lavoro a quasi 2.600 dipendenti che ora si ritrovano sul giro d’aria. Assieme ai “colleghi” (350) della Cetis, ai 1.400 della Mladinske knjige, ai 160 di Terme Dobrna, ai 104 di Gea, ai 2.500 di Iskra Avtoelektrika. La somma? Diecimila posti di lavoro a rischio.

E per i piccoli azionisti della Nlb il principale artefice dei “prestiti facili” alla Chiesa sarebbe l’ex membro del cda della banca, Slavko Jamnik, guarda caso fratello del vescovo ausiliario di Lubiana Anton Jamnik. Insomma una “perversa” catena di lobby che è stata in grado di foraggiare la finanza facile gestita al rintoccho delle campane (Zvon ena, Zvon dva) delle holding della Chiesa slovena. Ora però è il tempo delle campane a morto. Con il Vaticano, come sostengono alcuni osservatori sloveni, che non sta facendo nulla per identificare e punire i responsabili di un simile collasso economico. Anzi si vocifera che Stres sia stato nominato arcivescovo di Lubiana proprio per porlo così al di fuori di ogni responsabilità. Mater ecclesia non abbandona il figliol prodigo.

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