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Redaelli: «Una città che non sa accogliere muore»

Nell’omelia il vescovo non fa sconti al Comune, critica «la spasmodica ricerca di sicurezze identitarie» e sprona ad aprirsi ai nuovi arrivati

MONFALCONE Una «città senza speranza, spaventata», alla «spasmodica ricerca di sicurezze identitarie», altresì «incapace di accogliere la vita di nuovi nati o arrivati», è «destinata a morire». Il monito, durissimo, non viene dal discorso a braccio di un politico in comizio contro le politiche leghiste. Arriva invece dal pulpito e a pronunciarle è il pastore delle chiese isontine, l’arcivescovo Carlo Maria Redaelli. Che nella sua omelia di sabato sera, durante la concelebrazione liturgica pe ...

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MONFALCONE Una «città senza speranza, spaventata», alla «spasmodica ricerca di sicurezze identitarie», altresì «incapace di accogliere la vita di nuovi nati o arrivati», è «destinata a morire». Il monito, durissimo, non viene dal discorso a braccio di un politico in comizio contro le politiche leghiste. Arriva invece dal pulpito e a pronunciarle è il pastore delle chiese isontine, l’arcivescovo Carlo Maria Redaelli. Che nella sua omelia di sabato sera, durante la concelebrazione liturgica per la festa patronale della Beata Vergine della Marcelliana, poco prima della processione lungo le vie di Panzano, scandisce la rotta ai cattolici. Partendo dall’«aiuto che può darci Maria», cioè «di essere aperti alla novità» e non una «comunità con lo sguardo rivolto all’indietro», chiusa sul «rimpianto di una presunta età dell’oro – peraltro mai esistita – o ripiegata sulla difensiva, spaventata verso tutto e tutti».

«L’ultimo saggio che il sociologo Bauman, famoso per la definizione della società contemporanea come “liquida”, ha scritto prima di morire si intitola significativamente “Retrotopia” – riferisce Redaelli – e descrive la nostra società europea come priva di utopie, di speranze, di prospettive e invece rivolta al passato, appunto guidata da una “retrotopia”». «Così però non si va da nessuna parte – sempre il monito dell’arcivescovo –. Una società, una città senza speranza, spaventata, chiusa sulla difensiva, alla spasmodica ricerca di sicurezze identitarie, incapace di accogliere la vita di nuovi nati o di nuovi arrivati, che non sa dare spazio ai giovani, che non investe sulle risorse, sull’intelligenza, sulla ricerca, e l’elenco potrebbe continuare, è destinata a morire». Dunque «Fate, non parlate o chiacchierate o disquisite o mormorate». «Fate, in maniera intelligente, collaborativa, responsabile, ma operate», aggiunge.

Un passaggio, inserito nella lunga omelia, che non è passato sotto silenzio. E ha dato da pensare. Anna Cisint, presente all’affollata processione, riferisce invece l’apprezzamento di molti parrocchiani. «Mi hanno incitato a continuare, dicendo di pregare per me», così il sindaco. Quanto alla 48ª edizione della festa patronale, già cancellata per gli alti costi richiesti dalla sicurezza, ma in forse a fine mese dopo la piena disponibilità organizzativa del Comune, alla fine è sfumata del tutto. «Il vescovo m’ha spiegato che stavolta, anche per il cambio-parroci, si preferisce rinunciare – conclude Cisint – e noi ci ritiriamo. Ma dal 2019 insieme allestiremo una grande festa, coi rioni tutti». –