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Import nei Balcani, Pristina apre la battaglia coi vicini

Barriera doganale sull’ortofrutta per proteggere i produttori locali. Belgrado vuole rivolgersi all’Ue, Skopje minaccia sanzioni

BELGRADO Uno scenario già visto e pericoloso, per i rapporti politici ed economici, che evoca nuove guerre commerciali nei Balcani. È quello che in questi giorni infiamma i rapporti tra Kosovo, Bosnia, Macedonia e Serbia. Tutto per un controverso balzello che Pristina ha deciso di applicare dalla scorsa settimana su una ventina di tipi di frutta e verdura di stagione e mais in ingresso nel Paese.

La tassa provvisoria altro non è che una barriera commerciale che fa lievitare del 30% i costi pe ...

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BELGRADO Uno scenario già visto e pericoloso, per i rapporti politici ed economici, che evoca nuove guerre commerciali nei Balcani. È quello che in questi giorni infiamma i rapporti tra Kosovo, Bosnia, Macedonia e Serbia. Tutto per un controverso balzello che Pristina ha deciso di applicare dalla scorsa settimana su una ventina di tipi di frutta e verdura di stagione e mais in ingresso nel Paese.

La tassa provvisoria altro non è che una barriera commerciale che fa lievitare del 30% i costi per i prodotti in ingresso del comparto ortofrutticolo «di tutti i partner commerciali», ha precisato Pristina. Quelli della regione sono i più colpiti, in testa Serbia (10 milioni di euro nel 2017 l’export dei prodotti sulla lista verso il Kosovo) e Macedonia, con l’agribusiness che pesa per l’8% sul Pil (6 milioni di euro il valore delle esportazioni di frutta e verdura nel 2017 per il Kosovo). Fra le ragioni delle nuove barriere tariffarie volute da Pristina, la volontà di proteggere i produttori locali, poco competitivi.

Proprio l’agricoltura kosovara è il settore più delicato, con l’import a 750 milioni di dollari nel 2018, solo 61 milioni l’export dal Kosovo, Paese che registra forti disavanzi commerciali. Mentre Belgrado, ad esempio, ha esportato nel 2017 prodotti e materie prime per circa 400 milioni verso Pristina, il Kosovo ha “ricambiato” con soli 25 milioni di export.

Ma ciò poco interessa ai Paesi colpiti, molto preoccupati, anche se non ci sono ancora stime sulle possibili perdite. «Si tratta – ha attaccato il ministro serbo del Commercio, Rasim Ljajic, assicurando che investirà la Commissione Ue del caso – di una uscita de facto» dall’area di libero scambio Cefta di Pristina, che viola i principi base del sistema. Più attendista Skopje, dove il ministro dell’Agricoltura Ljupco Nikolovski ha minacciato contro-sanzioni se Pristina non farà marcia indietro. Ma i media locali hanno già segnalato il deserto ai valichi tra Macedonia e Kosovo, di solito affollati di Tir carichi di frutta e verdura.

Di certo la questione sarà al centro di un vertice ad hoc tra i Paesi della regione, domani, per fare fronte comune. Ci sarà anche la Bosnia, colpita da simili imposte doganali – dal 17% in su - per latte e prodotti caseari bosniaci esportati verso il Kosovo, uno dei mercati più importanti per Sarajevo, molto irritata con Pristina, accusata di aver violato le regole Cefta. E Pristina rischia così di provocare nuove frizioni nell’area, come accaduto l’anno scorso con la “guerra della farina” tra Serbia e Kosovo o con le tariffe croate ritoccate all’insù su frutta e verdura balcanica. Precedenti che fanno capire che il “sogno” del mercato comune regionale, proposto dal presidente serbo Vučić e dall’Ue e con recente endorsement del tycoon George Soros – rimane una chimera. —