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Minacce incrociate e produzione di armi. L'Onu: «Bosnia a rischio»

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Minacce incrociate e produzione di armi. L'Onu: «Bosnia a rischio»

L’Alto rappresentante internazionale lancia l’allarme sul futuro del Paese: i leader giocano col fuoco del conflitto

BELGRADO Accuse pesantissime ai leader politici, di tutte le etnie, perché giocano col fuoco del conflitto. E previsioni alquanto fosche e allarmanti, per la Bosnia-Erzegovina, tenuta in scacco da un gruppo di potenti ai quali dell’integrità territoriale e del futuro del Paese sembra interessare assai poco. “J’accuse” e pronostici sono quelli dell’Alto rappresentante internazionale per la Bosnia – “guardiano” degli accordi di pace di Dayton - il diplomatico austriaco Valentin Inzko, che al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha sintetizzato i contenuti del suo rapporto semestrale sulle condizioni di salute della nazione balcanica. Forse il più cupo da sempre.

Certo c’è qualche luce, come alcuni progressi fatti dal Paese verso l’ancora lontanissima integrazione euro-atlantica. Ma le ombre sono molto più numerose. Inzko ha addirittura avvertito che le fondamenta e lo stesso «tessuto della società» sarebbero a rischio, per varie ragioni. La più grave consiste in un fattore di cui Inzko si è detto «profondamente preoccupato»: la leggerezza con cui negli ultimi mesi leader politici di tutti gli schieramenti «hanno parlato della possibilità di un nuovo conflitto» futuro. Lo ha fatto il leader del partito Sbb, Fahrudin Radončić, che a marzo ha minacciato «una guerra su tutto il territorio della Bosnia», se qualcuno dovesse spingere verso la creazione di una terza entità politica nel Paese, oltre a Republika Srpska e Federazione, come più volte auspicato dal membro croato della presidenza, Dragan Cović. Ma anche il membro bosgnacco della presidenza tripartita, Bakir Izetbegović, che ad aprile ha fatto un elenco della produzione militare presente e futura in Bosnia – da «obici a fucili, droni, munizioni» - specificando che non tutta è pensata per l’export, ma anche per uno «scenario» bellico difensivo. «Non succederà più» come nel 1992, che «busseranno alle nostre porte e non avremo nulla con cui rispondere», aveva spiegato Izetbegović.

Ma c’è altro. C’è l’ordine da parte del ministero degli Interni serbo-bosniaco di «2.500 fucili automatici» made in Serbia e «1,5 milioni di proiettili», un numero «esorbitante» - ha scritto Inzko – per una forza di polizia di 5mila uomini. Poi gli appelli per «un ritorno dell’esercito serbo-bosniaco». E voci di simili acquisti di armi da parte di «altre forze di polizia» questa volta a Sarajevo e non a Banja Luka. Brutti segnali. Così come sconsiderate sono le minacce di «alcuni politici croati» che hanno paventato la «dissoluzione dello Stato», se i problemi relativi alle regole elettorali «non si risolveranno con loro soddisfazione». Regole che non sono state cambiate in tempo e che potrebbero causare un nuovo temibile stallo, dopo il voto parlamentare e presidenziale, messo in agenda dalla Commissione elettorale centrale per il prossimo 7 ottobre. Cosa fare per migliorare un quadro infausto? Serve un maggiore impegno «della comunità internazionale», che deve fare di più per «promuovere la riconciliazione in Bosnia e nella regione». Ma lo sforzo maggiore lo devono fare i politici locali, «da soli», cambiando il loro modo di fare e guidare il Paese, ha scritto Inzko.

Difficile che ciò accada nel breve periodo. Lo conferma, ad esempio, la replica del leader serbo-bosniaco, Milorad Dodik, alle denunce di Inzko. Sono «enormi menzogne», ha dichiarato ieri il presidente della Republika Srpska, aggiungendo che Banja Luka

non ha fatto alcuna mossa ufficiale verso la secessione, anche se quel «tema politico rimane e rimarrà» in agenda. Dodik ha poi negato anche l’esistenza di gruppi paramilitari nella Rs, un altro fattore di preoccupazione fra i tanti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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