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I cittadini dell’ex Jugoslavia più poveri che nel 1989
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I cittadini dell’ex Jugoslavia più poveri che nel 1989

Dalla Croazia alla Serbia, il Pil pro capite resta lontano da quelli della media Ue Fa eccezione la sola Slovenia. Dai conflitti alla crisi globale, i motivi del ritardo

BELGRADO. La guerra arricchisce approfittatori, criminali e speculatori, ma non fa bene ai portafogli della gente comune. E i cittadini dei Paesi balcanici nati dal collasso della Jugoslavia restano lontanissimi dalla ricchezza degli europei più benestanti. Più di quanto lo fossero nel 1989. Sono fatti risaputi, se si vive nei Balcani e si parla con i tanti che rimpiangono “l’età dell’oro” della Jugoslavia. Non sono luoghi comuni.

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A confermarlo è una ricerca della Intelligence Unit dell’Economist, la divisione di ricerca e analisi del gruppo britannico, che in un rapporto approfondito ha analizzato la «convergenza» tra il Pil pro capite a parità di potere d’acquisto dei Paesi balcanici e di quelli dell’Europa centro-orientale, fino al 1989 oltre la Cortina di Ferro, con quelli dei Paesi dell’Ue a 15, il nucleo più ricco dell’Europa. I risultati? Avvilenti, almeno nei vicini Balcani. Con l’eccezione della Slovenia, già ai tempi della Jugoslavia la repubblica economicamente più avanzata, tutte le altre ex repubbliche jugoslave hanno oggi un Pil pro capite inferiore a quello del 1989 in un confronto col nucleo storico dell'Ue. Unica luce Lubiana, che già 28 anni fa aveva un Pil pro capite pari al 69,8% di quello dell’allora Cee, mentre oggi è arrivata al 75,8%, dopo aver toccato il 79% nel 2008, prima dell’inizio della “Grande crisi”.

Discorso ben diverso per la Croazia, entrata nell’Ue nel 2013, che nel 1989 aveva un Pil pro capite pari al 56,8% della media dell’Ue a 15, precipitato al 38% nel buio 1995 per tornare poi faticosamente al 48,5% del 2017. Ancora più fosco il quadro per la Serbia, scesa dal 45,8% del 1989 al 29,8% nel 1995 per risalire affannosamente, 23 anni dopo, solo al 31,1%. Il Paese più colpito dalla guerra – per vittime, sfollati e danni alle infrastrutture – la Bosnia-Erzegovina, resta in coda alla classifica. Nel 1989, il Pil pro capite bosniaco era al 30,1% della media europea, già basso. Crollò poi al 5,9 nel 1995, quando il conflitto aveva mietuto 100mila vittime. Poi, una lentissima ripresa: al 16,9% nel 2000, al 21,9% nel 2008 e oggi al 23,5%. Quadro simile a quello serbo per il Montenegro, sceso dal 51% del 1989 al 21,2% del 1995, praticamente dimezzando Pil pro capite, oggi risollevato al 32% della media europea.

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Poco meglio della Bosnia ha fatto la piccola Macedonia, unica repubblica ex jugoslava ad aver evitato la guerra negli Anni Novanta, ma non le tensioni interetniche a inizio Duemila. La Macedonia nel 1989 aveva un Pil pro capite al 33,8% della media Ue-15, calato fino a un minimo del 23,1% nel 1995 e ritornato oggi – ma non del tutto - prossimo alla quota di quasi un trentennio fa (27,8%).

Il succo? L’Economist Intelligence Unit ha chiarito che, mentre nel resto dell’Europa centro-orientale – seppur con ritmi relativamente lenti – la «convergenza» tra Est e Ovest è andata avanti nei passati decenni, le nazioni dei Balcani occidentali «hanno assistito a un regresso, con la differenza tra i redditi medi» nella regione «e quelli nell’Ue a 15 che è aumentata nel 2017 rispetto a quanto era nel 1989». Il perché di questo ritardo? L’Eiu è entrata nel dettaglio, ricordando il gap provocato «dalle profonde recessioni e dall’impatto dei conflitti» nei Balcani negli Anni Novanta, il decennio perduto. Ma ha sottolineato anche che «la rapida ripresa dopo il 2000» anche nella regione balcanica si è spenta con l’arrivare della crisi del 2008, rallentando o stoppando la «convergenza» con le economie più ricche, «soprattutto nei Balcani occidentali». Altri fattori di rallentamento erano stati spiegati dall’Eiu nel 2015, quando aveva posto l’accento sugli ancora troppo «bassi investimenti», la massiccia «emigrazione», il modesto volume dell’«export» verso l’Ue, le molte «riforme» ancora al palo, la «spesa pubblica insufficiente». Soprattutto nelle fondamentali infrastrutture, come segnalato a marzo dall’Fmi. Tutti fattori che rischiavano, aveva denunciato l’Eiu già due anni fa, di portare sul lungo periodo alla «marginalizzazione permanente» dei Balcani nella «periferia d’Europa». E i nuovi dati non smentiscono le precedenti previsioni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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