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Come rimettere in moto l’ippocampo

Quello che finora sappiamo è l'effetto benefico di esercizio fisico, arricchimento culturale e trattamento cronico con antidepressivi: come questi stimoli funzionino, però, rimane ancora un mistero

TRIESTE Se vi è mai capitato di vedere i bellissimi disegni del 1800 sulle arborizzazioni delle cellule nervose del cervello, è probabile siano di Santiago Ramón y Cajal, spagnolo, premio Nobel nel 1906 e padre della neuroscienza moderna. Fu anche il primo a sostenere che nel cervello umano, dopo la fase di sviluppo, «le fonti della crescita e della rigenerazione» diventano irrevocabilmente prosciugate. Nei centri adulti le vie nervose some come fisse, terminali e immutabili. Tutto deve morire, niente può essere rigenerato».

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La mostra, inaugurata la scorsa settimana al Muse di Trento, è un’esperienza interattiva tutta da godere. Il sottotitolo – “Quello che ci rende unici” - svela il messaggio fondamentale: è nel Dna che dobbiamo cercare il senso della nostra individualità, delle nostre malattie ma anche delle nostre propensioni, temperamento e gusti. 

Ma è proprio vero che il cervello non si rinnova nella vita adulta? Due famosi esperimenti hanno sfidato questa conclusione. Nel 1998, Fred Gage, al Salk Institute di San Diego, ha analizzato il cervello di 5 individui a cui, prima della morte a causa di un tumore, era stata somministrata una sostanza chimica che marca le cellule in attiva divisione. Con grande sorpresa, trovò cellule positive in due regioni del cervello, l'ippocampo, all'interno dei lobi temporali, e la regione da cui derivano le cellule nervose dell'olfatto.

Osservazioni confermate da Jonas Frisen del Karolinska Institutet di Stoccolma nel 2013. Frisen aveva tratto vantaggio dal fatto che, verso la fine degli anni ’50, l’esplosione di ordigni nucleari aveva sparso una grande quantità di isotopi radioattivi sul pianeta; dosando uno di questi, il carbonio-14, era possibile studiare il tasso di rinnovamento delle cellule. Frisen confermò che l'ippocampo umano si rigenera, producendo ben 700 nuovi neuroni ogni giorno.

Informazione consolidata e condivisa quindi? Non proprio, perché Arturo Alvarez-Buylla dell'Università della California a San Francisco riporta questa settimana su Nature che la formazione di nuovi neuroni nell'ippocampo sì accade, ma è ristretta agli individui molto giovani. A differenza dei topi e degli uccelli, grandi mammiferi longevi dai comportamenti complessi, come l'uomo, i delfini e le balene, prederebbero questa capacità rapidamente dopo la nascita.

Come risvegliare quindi la capacità dell'ippocampo di rigenerarsi? La questione non è di poco conto, se si considera questa regione è la sede dell'apprendimento, della memoria e dell'umore, processi che vengono drammaticamente alterati dallo stress e dalle malattie neurodegenerative. Quello che finora sappiamo è l'effetto benefico di esercizio fisico, arricchimento culturale e trattamento cronico con antidepressivi: come questi stimoli funzionino, però, rimane ancora un mistero.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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