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La condanna del carabiniere antidroga

Contestati i suoi metodi d’indagine: tre anni e un mese in Cassazione per un militare che ha collezionato successi ed encomi

La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi. E ha pronunciato la sentenza definitiva. Pena ridotta in virtù della prescrizione a 3 anni e un mese nei confronti del maresciallo Domenico Monagheddu, confermato un anno e 8 mesi per il vicebrigadiere Nicola Di Tria. Tre gradi di giudizio in ordine ad alcuni metodi di indagine anti-droga «fuori norma». I due carabinieri erano in servizio nella Compagnia di Monfalcone. Tutto scaturì nel 2009, quando partì l’inchiesta concentratasi sul Nucleo operativo radiomobile al comando del maresciallo. Fu Bruno Esposito, all’epoca cantierino, a scagliare la prima pietra con la sua denuncia. Un uomo dalla fedina penale “non pulita”, è anche emerso a processo. Sono passati oltre 8 anni. La vita dei due carabinieri è stata stravolta. Cinque anni di sospensione dal servizio prima di ritornare operativi, nel 2014, il maresciallo alla stazione di Cervignano, il vicebrigadiere ad Aurisina, dove tutt’ora sono assegnati.

Capi d’accusa via via caduti. Per Di Tria ne è rimasto in piedi uno solo. L’avvocato difensore Massimo Bruno ha osservato: «Il mio assistito ha riportato sì una condanna, ma con la sospensione condizionale della pena, pertanto è da ritenere che continuerà a svolgere regolarmente il suo servizio. Nessuna richiesta di risarcimento è stata formulata nei suoi confronti».

Per il maresciallo Monagheddu, ha spiegato l’avvocato difensore Gianni Morrone, «i 40 capi d’accusa iniziali si sono ridotti a 24 in primo grado, 16 in Appello, fino a 14 in Cassazione». La pena esecutiva è di 2 anni e 11 mesi in virtù di 2 mesi e 10 giorni scontati ai domiciliari. Significa niente carcere. «Ha diritto ad ottenere la misura alternativa che richiederemo», spiega il legale e aggiunge: «Confidavo nel ricorso, ci sono rimasto molto male. Si tratta di sfaccettature relative a 4 episodi contestati. Tutto s’è basato sulle dichiarazioni rese da quattro persone che hanno sostenuto di essere stati costretti ad eseguire simulazioni di acquisto di stupefacenti nel corso di operazioni sotto copertura regolarmente autorizzate. Tuttavia durante le fasi processuali non hanno mancato di incoerenza. Nessuna prova è stata portata in aula». Il legale parla di versioni, ritrattazioni, controritrattazioni e vuoti di memoria. L’ufficiale, aggiunge l’avvocato, «non s’è mai avvalso della facoltà di non rispondere». Ricorda gli scenari in aula: i carabinieri imputati da un lato e dall’altro gli accusatori «pluripregiudicati» in materia di stupefacenti.

Le sentenze, certo, si rispettano e non si commentano. Ma è l’immagine complessiva che rimane, quella di un carabiniere condannato in via definitiva e che ha portato positivamente a termine numerose operazioni per le quali ha ricevuto formali apprezzamenti da parte della scala gerarchica del Corpo. Il legale ci tiene a osservare: «Un conto è la condanna, altro è lo spirito di servizio reso all’Arma e alla comunità dal maresciallo Monagheddu. La coerenza nel portare avanti la battaglia contro la droga, ne fanno fede le innumerevoli operazioni che hanno assicurato alla giustizia i colpevoli e hanno sottratto alle potenziali vittime ingenti quantitativi di stupefacenti. Uno spirito che non ha mai abbandonato, nonostante la difficoltà e la delicatezza nel doversi rapportare continuamente ad una realtà insidiosa. Ciò che lo ha sempre animato e lo anima è compiere il suo dovere. Questa vicenda lo ha profondamente provato». Il maresciallo continua la sua attività alla stazione dei carabinieri di Cervignano, assegnato a compiti di polizia giudiziaria. Ora lo attende un procedimento disciplinare interno istruito dall’Arma e come tale indipendente e autonomo.

Il maresciallo non vuole, né può parlare. Sono evidentemente le regole dell’Arma e le procedure improntate al rigore e all’autonomia. Ma a parlare sono i risultati degli ultimi tre anni a Cervignano. Decine di spacciatori arrestati e relativi sequestri di droga, innumerevoli denunce per uso di stupefacenti. Anche arresti in flagranza per furto in abitazione e per maltrattamenti in famiglia. È sua l’operazione che aveva portato al sequestro di 9 chili di marijuana e all’arresto dello spacciatore, ora ai domiciliari dotato di braccialetto elettronico. Gli è valsa la proposta di encomio ai massimi livelli dell’Arma.

Due anni fa, era dicembre, ha salvato una donna di 57 anni gettandosi nel fiume Ausa. Allora il sindaco di Cervignano Pierluigi Savino lo accolse in municipio

per manifestargli stima e gratitudine. Il comandante generale dell’Arma dei carabinieri lo aveva contattato telefonicamente esprimendogli personalmente il suo apprezzamento. Presto gli sarà consegnata la medaglia della Presidenza della Repubblica.

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