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Sparito il lago di Doberdò ridotto a due pozze gelate

Il livello è sceso progressivamente e l’acqua è stata “inghiottita” dal sottosuolo Il professor Altobelli dell’ateneo di Trieste: «Dobbiamo frenare questo fenomeno»

È diventato un rigagnolo ricoperto da bianchi lastroni di ghiaccio per l’ondata di gelo che s’è abbattuta in questi giorni con le temperature sotto zero. Si tratta del lago di Doberdò o di quello che resta, poiché sembra addirittura “scomparso” proprio come succede in estate a causa della siccità. Con le piogge autunnali abbondanti, fino al mese scorso il lago aveva ripreso la sua bellezza e forma naturale, ammirato nel suo straordinario perimetro specie dall’alto del piazzale del Gradina, centro visite e punto di riferimento della Riserva naturale. Non viene alimentato, infatti, dall’Isonzo e dal Vipacco anch’essi al minimo della loro capienza. Quindi con la mancanza delle piogge, è cominciato a scendere di livello e l’acqua si è diretta nel sottosuolo attraverso l’apertura chiamata “inghiottitoio principale”, raggiungendo prima il lago di Pietrarossa e poi l’uscita in mare attraverso la zona del Lisert.

Attualmente si vedono solo due pozze d’acqua distanti tra loro che non rassomigliano per niente al lago che tutti conoscono, anche se la sua veduta è sempre spettacolare. «Dobbiamo frenare la scomparsa dell’acqua», dice professor Alfredo Altobelli del dipartimento della Scienza e della Vita dell’ateneo di Trieste, che già da tempo ha preso contatto con le associazioni ambientaliste, Ambiente 2000 e Wwf e Legambiente. Per evitare il peggio tutti si prendono cura con varie iniziative del lago di Doberdò, come se fossero al capezzale di un malato. Cercano soprattutto di sensibilizzare gli enti pubblici a trovare le soluzioni possibili per la salvaguardia ed il monitoraggio dell’importante specchio d’acqua carsico. «È vero che il bacino attualmente sembra scomparso – afferma il docente universitario – ma per ora non c’è da preoccuparsi perché anche in alcuni periodi di siccità invernali lo troviamo in queste condizioni, proprio come se fosse estate. Con l’arrivo delle acqua piovana, poi, il livello del lago risale soprattutto perché è influenzato dalle condizioni della piena dell’Isonzo. Insomma – sottolinea Altobelli – da un po’ di anni assistiamo a fasi intermittenti alle quali sicuramente dovremo mettere un freno per evitare che la situazione dell’ambiente naturale degeneri. È chiaro – aggiunge – che il nostro impegno e quello degli idrogeologici è capire il perché del rapido svuotamento e cercare di fermare il movimento dell’acqua che nel giro di poco tempo si inabissa».

In base agli studi effettuati di recente e alle riprese aeree col drone per esaminare l’area nei minimi particolari, gli esperti prevedono di procedere con un esperimento tenendo presente queste considerazioni. L’acqua oltre che dalle piogge, arriva dall’Isonzo che, in base al principio dei vasi comunicanti, riempie il lago di Doberdò. Nei periodi di secca (estivi o invernali), poiché viene servito in maniera minima dal fiume, il lago tende a “svuotarsi” andando verso un imbuto conosciuto come “inghiottitoio”. A questo punto viene proposto un esperimento. «Pensiamo di mettere una barriera mobile subito dopo il lago di Pietrarossa – sostiene il professor Altobelli – per evitare di non far defluire velocemente l’acqua verso il Lisert. In questo modo alzandosi il livello del Pietrarossa si riesce a bloccare o rallentare il deflusso dell’acqua del lago di Doberdò. È un’opera molto semplice perché si tratta di una paratia, non di un lavoro importante

che richiede un grande finanziamento. Pensiamo – afferma Altobelli – che sia un tentativo da fare. Siamo in attesa di una risposta per il finanziamento da parte della Regione. Crediamo che sia al momento una soluzione valida per dar vita al lago».

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