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Non si placa la protesta dei residenti «Sono troppi, servono più controlli»

Sessantadue residenti e più di cento richiedenti asilo. La proporzione è rimasta sempre la stessa, da due anni, nonostante le proteste, le petizioni, le riunioni e i colloqui contro e con la...

Sessantadue residenti e più di cento richiedenti asilo. La proporzione è rimasta sempre la stessa, da due anni, nonostante le proteste, le petizioni, le riunioni e i colloqui contro e con la Prefettura. Gli abitanti di Fernetti, frazione del Comune di Monrupino, si sono quasi arresi. Quasi perché in molti in quell’area attendono solo una data: il 4 marzo. Sono abbastanza convinti che se alle urne vincerà il centrodestra, le cose cambieranno. Si respira un’aria tesa, d’insofferenza per un’integrazione mai realizzata sul Carso triestino con gli ospiti dei centri di accoglienza, a due passi dal confine con la Slovenia. «Chiediamo più controlli e un numero minore di profughi», esclamano i residenti. Non riescono proprio a convivere con i giovani di origine pakistana e afghana che sono accolti nella struttura di Casa Malala e all’hotel Transilvania.

L’esasperazione aveva toccato il culmine già due anni fa, quando anche il campeggio Excelsior, sempre a Fernetti, era diventato una location per ospitare i profughi. Dà fastidio che siano «tanti», «tutti uomini», che «si pongano in modo molesto verso le ragazze», «che non abbiano rispetto». Un’avversione che si amplifica di giorno in giorno, di mese in mese. «Ma quando mai è stata rispettata quella quota dei 2,5 posti ogni mille cittadini? Qui siamo oltre e oltre», sobbalza Riccardo Paolucci. Quello dovrebbe essere il rapporto ipotizzato dal governo. «Mai attuato qui però», conferma. La suocera di Riccardo, che abita nella stessa casa, «non vuole stare mai sola, ha paura, ha gli incubi, si spranga dentro». Annuisce la signora: «Prima non avevo questo problema, ma ora, anche se non mi sono mai entrati in casa, non mi sento sicura», dice Francesca Gregoretti. Hanno firmato petizioni, hanno chiesto incontri con il prefetto Annapaola Porzio, assieme ai tanti altri compaesani, «ma nulla, il problema rimane, ci dice che le disposizioni sono queste e basta. Ci marciano. Ma sono stufi anche gli abitanti delle altre frazioni sotto Mornupino, in totale facciamo quasi 900 persone. Nessuno controlla come si comportano, vogliamo più controlli». Si sono rivolti anche al sindaco di Monrupino, Marko Pisani: «È una buona persona, ma abita a Sesana, non capisce la questione e comunque non può fare nulla». «Pensi – racconta ancora Francesca – che la domenica qui il bus non passava quasi mai, ora l’hanno messo apposta per i profughi, noi l’avevamo chiesto tante volte. Almeno rimangono lì a Fernetti e non passano più a piedi per di qua».

Vicino abita con la famiglia Carlo Cataneo. «A noi hanno rubato la frutta, ma non è tanto quello, quanto il fatto che tornano ubriachi e con loro non c’è un dialogo», spiega. Chi si oppone a questa situazione sono anche i titolari del bar G, punto di ritrovo più volte per comizi tra paesani sul tema. Sono passate le telecamere della tv, i giornali, «ma nulla, non ci ascolta nessuno». I titolari Marco Gregoretti e Sonia Zevnik sono preoccupati per i propri figli. «Mio figlio, che ha 17 anni, ha ricevuto più volte offerte di droga da parte di questi profughi, perché spacciano. Mia figlia ha 22 anni e non va più in bus da quando più volte sono accaduti episodi spiacevoli mentre andava in città. Si trova 20, 30 persone di fronte e non sa che cosa fare – afferma Marco –. Allora ormai si muove solo in auto». Ma anche così fa fatica a uscire. «Mi hanno detto dall’Ics – dice la giovane – che il coprifuoco per i profughi è alle 23, non è vero, perché stanno per strada fino all’una, mi è capitato una notte di tornare e con il buio non li avevo nemmeno visti che giocavano a pallone per strada, tanto che stavo per prenderli sotto».

Dal bar G si vede tutto quello che capita di fronte. Le auto passano e in mezzo c’è solo la polizia che fa i controlli per strada. «Per fortuna che ci sono loro, ma noi quando andiamo a dormire, controlliamo le serrature cinque volte – dice allarmata Sonia –, per questo chiediamo anche noi più controlli e che venga rispettata la proporzione tra residenti e profughi». E poi, Sonia, riflettendo, pensa a quando lei era arrivata a Trieste e aveva fatto richiesta di cittadinanza, perché è slovena. «Lavoro tutto il giorno, quando sono venuta qui ho iniziato subito a darmi da fare, mi hanno detto che avrei dovuto aspettare dieci anni per diventare italiana. E loro invece? Dovranno attendere anche, ma hanno un tetto dove dormire, mangiano gratis, vengono a comprarsi tutti le sigarette Marlboro, ma come è possibile? Dove trovano i soldi?». Così, ogni giorno cercano risposte, richiamano l’attenzione delle istituzioni. «Avessimo Dipiazza come sindaco...», mormora qualcuno. Come a dire che «sarebbe tutta un’altra cosa». Quello che stupisce di più Marco è un altro particolare che osserva ogni mattina in bicicletta. «Questi ragazzi, che non sono mai accompagnati da

una donna, si allenano come militari, abituati a combattere nell’esercito, ogni mattina. Corrono, trasportando zaini pieni di pietre. Che cosa potrebbero diventare? In un’epoca in cui il terrorismo dilaga uno due domande di questo tipo se le fa...».

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