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Intesa tra Serbia e Croazia sui criminali di guerra
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Intesa tra Serbia e Croazia sui criminali di guerra

Ciascuno Stato processerà i propri cittadini sotto accusa: già partito l’invito al ministro della giustizia di Zagabria per la sottoscrizione dell’accordo bilaterale

ZAGABRIA. La Serbia non vuole più essere una sorta di “mini Aja” per giudicare i crimini di guerra perpetrati nell’ex Jugoslavia durante la guerra tra il 1991 e il 1995. E per questo motivo il ministro della Giustizia croato Dražen Bošnjaković ha ricevuto una telefonata della sua collega serba Nela Kuburović, la quale lo ha invitato a marzo a Belgrado per sottoscrivere un accordo bilaterale relativo proprio ai procedimenti giudiziari a carico dei criminali di guerra. In breve, ciascun accusato verrebbe processato in base alla propria nazionalità: quindi, i croati in Croazia e i serbi in Serbia e non come è avvenuto fino ad oggi, con forti tensioni bilaterali, visto che Belgrado si era avocata unilateralmente il ruolo di giudice di quanto è avvenuto nella ex Jugoslavia di “sporco” durante il periodo dell’ultimo conflitto bellico.

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Questo nuovo capitolo dei rapporti serbo-croati è il primo evidente risultato della visita che il presidente serbo Alexandar Vučić ha effettuato la scorsa settimana a Zagabria. Belgrado spinge sull’acceleratore anche per dimostrare a Bruxelles che ha intenzioni serie nella trattativa in corso relativa all’adesione della Serbia all’Unione europea. Il ministro Bošnjaković ha confermato che la trattativa sarà avviata sulla falsariga tracciata proprio dal presidente Vučić durante il suo incontro con l’esecutivo croato a Zagabria.

Il ministro della Giustizia croato ha altresì ricordato come già nel 2012 dal dicastero da lui oggi guidato era stata spedita all’omologo ministero serbo una richiesta di accordo bilaterale sullo stesso tema, lettera alla quale non ha mai fatto seguito una risposta dalla capitale serba. Mentre Vučić nel suo confronto con il governo croato ha sostenuto che lo stesso accordo ora potrebbe essere perfezionato, implementato e quindi approvato dalle due parti in causa. Alla fine i croati giudicheranno i propri criminali di guerra e i serbi i loro.

E pensare che sei anni fa, come ricorda il quotidiano di Zagabria Jutarnji List, lo stesso problema stava per essere risolto. Nel febbraio del 2012, infatti, a Jahorina, la stazione sciistica nei pressi di Sarajevo, ci fu un vertice tra gli allora presidenti di Croazia, Ivo Josipović, Serbia, Boris Tadić e della presidenza tripartita di Bosnia-Erzegovina, Bakir Izetbegović, Željko Komšić e Nebojša Radmanović. Quest’ultima troika, come al solito, finì col non trovare un accordo al suo interno, ma la parte croata e serba continuò nel dialogo e stabilì che i processi venissero svolti nel Paese di cittadinanza dell’accusato di crimini di guerra. Tra i ministeri della Giustizia e i pubblici ministeri dei due Paesi si era instaurata una buona cooperazione, furono sottoscritti diversi protocolli sulla collaborazione e furono attivati dei canali funzionali allo scambio delle prove a carico degli imputati.

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Ma nel maggio del 2012 ci furono le presidenziali in Serbia dove trionfò il nazionalista Tomislav Nikolić. Nello stesso periodo proprio Alexandar Vučić, leader del Partito progressista serbo formò il suo primo governo che contribuì a cambiare la politica bilaterale nei confronti della Croazia. Risultato: la collaborazione sui crimini di guerra venne interrotta e Belgrado si avocò nuovamente il diritto di giudicare tutti i criminali di guerra della ex Jugoslavia, determinando grossi momenti di frizione con Zagabria.

Zagabria che nel 2010 presentò a Belgrado una lista aggiornata con 1.549 nomi di sospettati per crimini di guerra, mentre la Serbia, in risposta, presentò un documento con soli 33 nomi precisando che per 26 di questi il procedimento penale è stato bloccato. Insomma una vera e propria cena delle beffe. Ora il ministro croato della Giustizia Bošnjaković vuole fare chiarezza e la Serbia sembra disponibile al dialogo e a sottoscrivere qull’accordo praticamente già trovato a Jahorina nel 2012. Del resto Belgrado sa bene che Bruxelles non può attendere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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