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«Scuola, compiti, giochi e tv sto coi bambini per 7 euro l’ora»

Con la storia di Giulia, babysitter nel tempo libero, finisce il nostro percorso tra le professioni in nero. «Ho molta responsabilità, devo stare sempre attenta»

«So che nella migliore delle ipotesi le famiglie possono regolarizzare la posizione, anche se si tratta di casi isolati». Giulia (nome di fantasia, ndr) arrotonda facendo la babysitter da un po’ di tempo. «Grazie ad alcune amiche sono stata messa in contatto con delle famiglie che avevano necessità di avere qualcuno che tenesse i loro figli mentre sono al lavoro».

Con la storia di Giulia si conclude il nostro viaggio tra le professioni svolte in maniera irregolare. «Lavoro per sette euro l’ora, che è la cifra che generalmente viene pagata per questo servizio», racconta la ragazza. «Non lo faccio ogni giorno, anche perché non riuscirei a gestirlo settimanalmente con tutti gli altri impegni. Diciamo che è come se fosse un contratto a chiamata, dove tuttavia la regolarizzazione non è presente».

La professione di babysitter fa parte del grande calderone dove finiscono i lavoratori domestici. «Si fa un po’ di tutto, in realtà: si accompagnano i bambini a scuola, li si aspetta alla fine dell’orario di asilo, devi far fare i compiti, altre volte invece si tratta di guardare la televisione insieme o di giocare».

Il mestiere di babysitter viene svolto principalmente da giovani studentesse alle prese con gli esami universitari e con l’affitto da pagare, o donne che hanno perduto il lavoro. «Ci sono anche persone in pensione che lo fanno, certamente per arrotondare. Spesso tutto ciò è pagato in contanti, alla fine del mese». Ma concretamente come viene gestito? «Normalmente una babysitter tiene il conto delle ore lavorate. Alla fine del mese viene comunicato alla famiglia il numero esatto e successivamente viene corrisposta la cifra. Tutto qua».

I sette euro possono «diventare anche otto, forse dieci. Dipende naturalmente dalla possibilità della famiglia e dall’impegno richiesto. Sono moltissime le persone a Trieste ad avere necessità di questo genere». Giulia fa esempi di «famiglie di avvocati o di professionisti con un buonissimo lavoro, che sicuramente possono permettersi di pagare di più. Forse, ma non lo posso affermare con certezza, potrebbero esserci anche politici, che avranno un rapporto di questo tipo con babysitter».

Non è quindi un mistero che la professione possa venir svolta anche in maniera irregolare. I controlli nelle case private diventano molto difficili da fare, per conto di chi dovrebbe vigilare sull’abuso di professione o sulla fiscalità della prestazione.

«Io posso dire che il rapporto con le famiglie è ottimo. Oggi come oggi, moltissime madri lavorano e fortunatamente non è più come una volta quando le donne stavano semplicemente a casa. Se la coppia è impegnata nel lavoro quotidiano, quello classico dalle 8 alle 17, o anche nell’autonomo dove evidentemente non esistono orari specifici, allora trovare qualcuno che passi del tempo con i figli e li faccia giocare diventa compito della babysitter», racconta Giulia. «Questo capita quando i nonni non ci sono o vivono lontani dalla città».

Negli ultimi tempi sono moltissime le coppie che hanno deciso di vivere a Trieste, vuoi perché una volta completati gli studi si sono fermati qui, vuoi perché l’area ha una funzione attrattiva sempre maggiore – grazie anche alla promozione turistica della città.

«Prova a pensare al fatto che se i nonni riescono a venire a Trieste una volta ogni tanto allora stanno con loro, è normale. Se invece i bambini rimangono per così dire da soli, vieni chiamata. È solamente un esempio, ma potrebbe capitare».

Una professione che rimanda ai tempi delle balie, delle donne responsabili non solo per quanto riguarda il tempo libero bensì anche dell’educazione dei figli di altre famiglie. «È certamente un lavoro di responsabilità, fatto di buone maniere e di attenzione particolare. Con i bambini che a volte non fanno tanto i bravi puoi sempre metterli in guardia dicendo, in maniera scherzosa, “racconto tutto a mamma”».

La gentilezza e l’aurea candida che questo mestiere si porta appresso va a mescolarsi con il panorama dell’irregolarità, dal fatto che sia molto più semplice consegnare i soldi in mano alla persona fidata, piuttosto che dover regolarizzare tutto. «Dipende da famiglia a famiglia», afferma Giulia.

Il lavoro nero o l’abuso di professione riguarda moltissime categorie professionali e molto spesso viene a svilupparsi e ad emergere in virtù dell’arrotondamento, dei pochi soldi che si riescono a guadagnare con lavori più o meno stabili o contrattualizzati.

«A volte si è anche costretti a rifiutare alcuni incarichi, perché soprattutto nella dimensione del passaparola, una babysitter brava non soffrirà di alcuna fatica nel trovare lavoro». Se una babysitter non regolarizzata che viene pagata sette euro l’ora, lavorasse cinque giorni a settimana per le canoniche otto ore, allora in un mese porterebbe a casa uno stipendio superiore a quello di un impiegato di ultimo livello. L’irregolarità porta a degli squilibri. «Non so se giudicare una persona che svolge questo lavoro sia corretto. D’altronde ogni giorno i giornali raccontano di persone molto più in vista che vengono presi con le mani nel sacco. Loro, però, molte volte riescono a farla franca, e non è giusto», conclude Giulia.

Se il costo del lavoro fosse inferiore rispetto a quello che stritola le buste paga dei lavoratori regolari, allora forse il sommerso faticherebbe un po’ di più a sopravvivere. Anche se in fondo la ricerca della sopravvivenza è esattamente quello che vanno

cercando le persone che vivono grazie al nero. Sono l’esercito degli irregolari e sono fantasmi, invisibili, spesso in difficoltà, a volte fanno i furbi, a volte vittime del sistema. Non è finzione cinematografica. Esistono.

7. fine

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