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la sentenza

Rapina con coltello a Trieste, condannato a 3 anni

Il ventiseienne aveva sottratto portafoglio e cellulare a un minore, minacciandolo poi con l’arma. Altro processo in arrivo

TRIESTE Tre anni e un mese di detenzione, oltre al pagamento di 800 euro di multa. Condanna dura per Mekail Govand Qaider, 26 anni, l’iracheno accusato di aver rapinato un minore straniero. L’episodio è accaduto nella primavera dell’anno scorso in centro città, ma i due erano ospitati a Opicina nella stessa struttura di accoglienza. La sentenza, pronunciata ieri dal giudice Filippo Gulotta, per il momento chiude soltanto uno dei guai giudiziari in cui si è infilato l’immigrato, tutelato dall’avvocato Cesare Stradaioli. Nei prossimi mesi, infatti, dovrebbe aprirsi anche l’altro processo che lo vede coinvolto: quello per la presunta aggressione con abuso sessuale ai danni di una diciassettenne all’interno della toilette di un vagone ferroviario. Il fatto si era verificato nel maggio dell’anno scorso e, ad oggi, non ha ancora punti fermi.

Nel frattempo la magistratura ha accertato la colpevolezza per la rapina, avvenuta un mese prima: Mekail si era impossessato del portafoglio e del cellulare di un minorenne. Il ragazzo aveva reagito per difendersi, ma - secondo quanto testimoniato dalla vittima - era stato colpito con una testata alla fronte e un pugno. L’iracheno aveva poi estratto un coltello dalla tasca del giubbotto minacciando il giovane. Un atto che gli è costato la detenzione per tre anni e un mese. Durante l’interrogatorio il ventiseienne iracheno, che avrebbe alle spalle un passato da combattente curdo, si era difeso raccontando che il minore con cui è scoppiata la lite si stava fumando una canna. E che in quel momento non intendeva compiere alcuna rapina, bensì controllare che il ragazzo non nascondesse nelle tasche altro hashish, sostanze «utilizzate dall’Isis per finanziarsi. Tu stai finanziando chi mi ha sparato». Così aveva detto Mekail Govand ai giudici. E l’oggetto usato per minacciare il ragazzino, stando a quanto riferito dall’imputato, non era un coltello, bensì un Iphone.

Più complessa l’inchiesta sulla violenza sessuale e l’aggressione sulla diciassettenne, su cui ha indagato il pubblico ministero Pietro Montrone. Gli inquirenti non sono riusciti a dimostrare che il morso sulla spalla della ragazza appartenesse all’iracheno. Le tracce di saliva rilevate dai sanitari del pronto soccorso non sono risultate sufficienti. Il ventiseienne comunque ha ammesso l’atto sessuale spiegando però che la diciassettenne era consenziente. Ci sarebbero inoltre alcuni fotogrammi video, visionati dai magistrati e dal legale dell’imputato, in cui si vede la giovane che passeggia tranquillamente in centro

con lo straniero. Mentre la ragazza aveva affermato di essere stata portata con la forza nel vagone ferroviario. Ciò non esclude che l’atto sessuale sia avvenuto, in un secondo momento, senza la volontà dell’adolescente. Circostanze che andranno appurate durante il processo.
 

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