Quotidiani locali

Bar in crisi, 7 su 10 chiudono nei primi 5 anni

In 3 mesi solamente 12 aperture contro 23 serrande abbassate. Zotter (Ascom): «Penalizzante l’abolizione dei voucher»

Il “Charlie’s Angels” chiuso in attesa di cambiare gestione. Il “Moonrise” con le vetrine, ormai, tristemente impolverate. E via discorrendo. Ma anche l’altro volto della stessa medaglia: la “Pasticceria centrale” che si è allargata ed è ormai un riferimento in città. Così come altri locali che reggono l’urto e vanno avanti.

Il settore della somministrazione in città è in repentina evoluzione. Soprattutto ad inizio anno, sono stati tanti i cambiamenti e i riposizionamenti non soltanto in centro ma anche nelle zone più periferiche. Ma sono le chiusure, purtroppo, ad avere il sopravvento. Nel primo trimestre del 2017 (ultimo dato a disposizione) hanno chiuso 23 locali. Le 12 iscrizioni non sono riuscite minimamente a compensare l’autentica morìa di attività. E il trend, fanno sapere alla Camera di commercio, non è cambiato granché.

E dire che sembrava essere un settore, almeno apparentemente, immune dalla crisi o che, comunque, riusciva a cavalcare le onde. I bar funzionavano egregiamente e non registravano grandi flessioni di incassi. Della serie: si risparmia su tutto ma non sulla tazzina di caffè o sulla bistecca e la pizza con gli amici. Ma le cose stanno repentinamente cambiando: negli ultimi anni, in coincidenza con la crisi, si sta assistendo ad una tremenda sequenza di chiusure.

Attività

come meteore

Ma c’è anche un altro aspetto. Nuovo. Che fa pensare. Statisticamente, si evidenzia come sette nuove attività su dieci siano autentiche “meteore”. Riescono a resistere, infatti, non più di 5 anni dalla nascita, poi le serrande si abbassano definitivamente. Casi, in città, ce ne sono parecchi. Si inizia con grande entusiasmo, magari si pensa (erroneamente) che aprire e gestire un bar è un gioco da ragazzi («Che capacità ci vorranno per fare un caffè e porgere un bicchiere di quello buono ai clienti...», la constatazione di tanti esercenti in erba) ma, poi, si scopre che portare avanti un locale non è poi così agevole, fra la necessità di fidelizzare la clientela, spese fisse che diventano asfissianti, il costo dei dipendenti. E una concorrenza che, a Gorizia, non manca, visto che in un fazzoletto di poche decine di metri, in Corso Italia, ci sono almeno sette o otto locali.

Tuttavia, secondo Uniocamere, non è così dappertutto. In alcune grandi città italiane i numeri sono in sensibile miglioramento. A Milano, Napoli, Firenze e Roma (tanto per fare alcuni esempi che fanno testo) i livelli di mortalità delle imprese iscritte nel 2011 sono inferiori alla media nazionale, sia per i bar, sia per le attività di ristorazione. In particolare, gli esercizi pubblici più resistenti sembrano avere casa nel capoluogo toscano dove il 57% di questi risulta essere ancora sul mercato e attivo dopo un lustro.

L’osservatorio

dell’Ascom

Il presidente mandamentale di Confcommercio Gorizia Gianmarco Zotter non nasconde le difficoltà. E evidenzia come l’eliminazione dei voucher sia stato, alla fine, un colpo durissimo per la categoria degli esercenti. «Intanto - premette - aprire una partita Iva non è per nulla facile. Come non è una passeggiata gestire un bar. Ci sono tante difficoltà: dalla stretta al credito (che colpisce anche questo settore) agli orari pesantissimi». Ma c’è anche un altro aspetto: la scomparsa dei vecchi voucher «che consentivano di poter avere a disposizione del personale senza un’assunzione vera e propria. Eliminarli è stato catastrofico per molti locali che non possono, visti i costi altissimi, assumere in pianta stabile una o più persone».

Indubbiamente, in certi casi, c’è anche una sottovalutazione: persone che, senza un’occupazione, pensano che aprire e gestire un bar sia una cosa facilissima. «È vero.

Talvolta, c’è improvvisazione, inutile nascondersi dietro un dito. Ci sono tanti oneri da sostenere - conclude il presidente mandamentale dell’Ascom di Gorizia -, senza dimenticare la tassa delle immondizie che per i bar è una spesa davvero ingente».

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