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«Mio nonno pioniere del mestiere»

Vladimiro Mervic racconta le avventure di Ivan, al servizio di re Alessandro I

DUINO AURISINA. Una vita avventurosa, trascorsa attraversando paesi e guerre, che gli ha permesso, grazie alla sua capacità di usare con grande abilità lo scalpello e di tornire la pietra, di conoscere di persona re e dignitari, collaborando alla realizzazione di monumenti storici come la chiesa ortodossa dedicata a San Marco, nel cuore di Belgrado, e la tomba di re Alessandro, primo sovrano del Regno di Iugoslavia.

Era uno scalpellino Ivan Leghissa, nato a Ceroglie nel 1887, paesino dove aveva imparato da giovanissimo a usare gli attrezzi di un mestiere che, sul Carso, era ed è una vocazione locale. «Ivan era mio nonno materno – spiega Vladimiro Mervic, duinese che ne narra con orgoglio le vicende terrene – e aveva da subito appreso l’arte dello scolpire la pietra e il marmo. Nel 1924, insediatosi il regime fascista, dovette lasciare la sua terra d’origine perché malvisto, in quanto di origine slovena. Fu una fortuna per lui perché casualmente raggiunse Belgrado, dove le sue capacità furono ben presto riconosciute e apprezzate». Così Ivan fu chiamato a far parte della squadra che aveva il compito di trasformare la vecchia chiesa, consacrata nel 1835 e costruita in legno, in una nuova, poi completata fra il 1939 e il 1940. La costruzione di quest'ultima fu avviata fra le due guerre mondiali, su progetto dei fratelli serbi Petar e Branko Krstic, e fu interrotta nel 1940 a causa dello scoppio della guerra.

«Mio nonno fece in tempo a scolpire i capitelli della basilica di san Marco, opera visibile ancor oggi, ma il lavoro più prestigioso lo portò a termine in occasione della morte di Re Alessandro I di Iugoslavia, avvenuta nel 1934. La famiglia gli commissionò la costruzione della tomba monumentale, lavoro che mio nonno Ivan portò a termine con grande impegno». Da aneddoto storico il modo in cui Alessandro I conobbe lo scalpellino Ivan Leghissa di Ceroglie. «Mio nonno stava lavorando e, come sempre, mentre era all’interno del cantiere, fumava, come gran parte dei suoi colleghi. Intento a scolpire, non si accorse che era nel frattempo sopraggiunto il re, che andava spesso a vedere gli

scalpellini impegnati nelle loro opere. Mio nonno gettò lontano il mozzicone – conclude il nipote di Ivan – ma non fu abbastanza veloce da evitare lo sguardo del sovrano. Quest’ultimo gli sorrise e gli disse “fuma, fuma pure, non c’è niente di male”».

(u.s.)



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