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Niente sardoni nelle reti: pescatori di Trieste contro l’Ue

A Bruxelles proposte regole a salvaguardia dei piccoli pelagici nell’Adriatico. Gli operatori del settore: «Imprese e occupazione a rischio anche in città»

TRIESTE Divieto di pesca, almeno parziale, per “sardoni” e “sardelle” in tutto l’Adriatico. È questo il rischio al quale sta per andare incontro anche il sistema pesca di Trieste. Un problema che potrebbe mettere in totale crisi il centinaio di lavoratori, fra pescatori e indotto, che opera nel settore in città. I livelli occupazionali del comparto in sostanza potrebbero crollare. Il tutto per effetto di un Regolamento proposto dalla Commissione europea, che andrà all’esame dell’assemblea Ue per l’approvazione ai primi di marzo e che contiene un piano pluriennale per la tutela degli stock di piccoli pelagici, cioè le acciughe e le sardine, nel mare Adriatico, sottoregione del Mediterraneo che totalizza circa un terzo del valore totale del pescato nell’area. La proposta punta a salvaguardare le quantità di queste specie, a detta degli esperti europei a rischio estinzione, e a garantire la sostenibilità delle attività di pesca.

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Nel dettaglio, i piccoli pelagici dell’Adriatico sono considerati sovra sfruttati (90 per cento) e ai minimi storici per quanto riguarda i livelli di biomassa. Sono cioè più piccoli e magri rispetto a qualche anno fa. La diminuzione della cattura di acciughe e sardine dovrebbe attestarsi, secondo questo piano, sul 25-30% entro il 2021. Per il sistema pesca di Trieste sarebbe una mazzata. Per spiegare le ragioni della categoria, i pescatori dell’Adriatico hanno scelto Guido Doz, esponente del settore e presidente della cooperativa Colmi di Trieste, per presentare al Parlamento europeo un documento che illustra i motivi del “no” alla proposta della Commissione.

«Crisi di alici e sarde si sono avute anche negli anni 1984 e 1985 – ha ricordato Doz nel corso dell’audizione a Bruxelles –, ora sembra che siamo alla vigilia di un problema simile. I nostri pescatori lo hanno capito e si sono subito mossi con azioni di ridimensionamento e cure dolorose, dovute anche alle norme restrittive che sono state emanate dal competente ministero italiano. Abbiamo ridotto i giorni di pesca in media a quattro alla settimana, rispettando il limite dei 20 al mese e dei 180 annui. Altri pescatori hanno deciso di dedicarsi ad altre attività di pesca. Osserviamo poi il fermo pesca dei piccoli pelagici – ha aggiunto – in due periodi di 15 giorni ciascuno per permettere la riproduzione, arrivando a una riduzione di circa il 7% del prelievo. Nel 2017 abbiamo registrato un aumento delle taglie di alici e sarde. Da qualche settimana, in Italia stiamo procedendo alla dismissione di una decina di imbarcazioni per la pesca dei piccoli pelagici. Da questa analisi – ha continuato Doz – mi sento di dire che da quest’anno ci sarà una riduzione della capacità di pesca di oltre il 40% rispetto al 2014. Lo stock potrà così ricostituirsi abbastanza velocemente. Oggi, mettere in campo altre azioni come quelle previste dal Piano – ha concluso – sarebbe esagerato e porterebbe a significativi impatti in termini economici e sociali. In sostanza, molte imprese chiuderanno, tanti pescatori rimarranno disoccupati e aumenterà la pesca illegale».

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«La situazione è molto complessa – spiega da parte sua Simone Libralato, esperto del settore e ricercatore in ambito Ogs, cioè all’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale – perché da un lato esistono dati oggettivi, come la diminuzione della dimensione dei piccoli pelagici, fenomeno che si è accentuato dal ’95 a oggi, dall’altro è noto che influiscono su questa situazione fattori sui quali non si può intervenire a breve, come le mutazioni climatiche e l’inquinamento atmosferico. Ecco allora che ridurre la pesca può rappresentare l’unica soluzione possibile, perché si tratta di un elemento che si può governare. Di certo – aggiunge Libralato – sappiamo che, se si andrà avanti ai livelli attuali, a un certo punto potremmo trovarci al cospetto di una situazione che non gioverebbe per primi agli stessi pescatori, che non troverebbero più queste specie in mare, con conseguenze facilmente immaginabili. D’altra parte – sottolinea il ricercatore – non è detto che misure come quelle proposte dalla Commissione europea debbano essere mantenute per sempre. Si potrebbe optare per una riduzione temporanea, da sospendere non appena gli indicatori cominciassero a presentare una situazione di segno opposto rispetto a quella attuale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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