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Il ricordo dell’ultima staffetta partigiana

A Ronchi dei Legionari la corona dedicata al dramma dei 158 deportati portata da Elsa Soranzio

RONCHI DEI LEGIONARI. Sono state Elda Soranzio, l’ultima staffetta partigiana ancora in vita, e Mercede Tardivo, moglie di Giacomo, uno dei tanti ronchesi che hanno conosciuto l’orrore della deportazione, a deporre una corona d’alloro ai piedi del monumento che, a Ronchi dei Legionari, riporta i nomi di tutti i campi di concentramento nei quali furono deportati 158 donne e uomini della città. È stato questo, assieme ai canti intonati dalla corale Starsi Ensemble, uno dei punti focali della cerimonia promossa ieri mattina dall’amministrazione comunale assieme ad Anpi ed Aned.

Elsa Soranzio, classe 1926, è stata una delle tante donne ronchesi che hanno partecipato fattivamente alla Resistenza. Elda è stata staffetta partigiana per l’intendenza Montes, con il nome di battaglia Lina. Ora, assieme a pochi, è lei a poter testimoniare quelle difficili pagine della storia italiana. Sono 11 le donne ronchesi elencate come cadute nella lotta di Liberazione: Eufemia Blason Brumat, Leda Bevilacqua Leda, Elsa Furlan, Angela Giulic, Anna Maria Maniassi Ghermi, Villanorma Micheluz, Edilia Moimas, Eva Gallo, Ida Serafin, Maria Turolo Candotto ed Ernesta Zuppel Bon.

Presenti alla cerimonia anche l’assessore regionale Sara Vito ed il sindaco di Sagrado, Marco Vittori, è stato il parroco di San Lorenzo, don Renzo Boscarol, a ricordare, commosso, l’incontro con un ex deportato, mentre a sottolineare il lavoro svolto nelle scuole è stata la presidente dell’Aned, Ada Bait. L’orazione ufficiale è stata affidata alla professoressa Flavia Iacchini. «Il dolore non finì il 27 gennaio del 1945 – ha detto –, visto che per tanti sopravvissuti il ritorno alla libertà fu accompagnato da una profonda angoscia. Tanti, troppi, si scoprirono soli, senza famiglia, senza casa, e debilitati nel tentativo di ricostruire il loro futuro. Man mano che i testimoni vengono a mancare si fa largo la tentazione di rimuovere o di ammorbidire il ricordo, in nome di un inacettabile negazionismo e di quella che, assieme alla persecuzione degli Armeni o ai campi stalinisti, è una delle pagine più sconvolgenti e angosciose del secolo scorso».

Davanti al gonfalone decorato con medaglia d’argento al valor militare si è sviluppato anche l’intervento del sindaco. «Esiste un altro dramma di cui invece si parla molto poco – ha detto Livio Vecchiet – ed è quello legato alle testimonianze dei militari che per primi entrarono nei campi di sterminio. Alcuni soldati russi raccontano che i prigionieri non credevano alle parole dei loro liberatori, ma correvano a nascondersi per paura

che si trattasse di una trappola. Molti di loro viste le condizioni fisiche spaventose non si resero neppure conto di essere stati liberati ed iniziò per loro la paura della vita, perché per loro la vita non aveva nessun significato».

@luca_perrino. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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