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Due anni senza Giulio alla ricerca di giustizia
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Due anni senza Giulio alla ricerca di giustizia

Dai primi depistaggi all’ultimo giallo del verbale definito falso dal Cairo

Caso Regeni, i genitori a due anni dalla scomparsa: "E' con la verità che si arriva alla giustizia" "Venticinque gennaio 2018, due anni senza Giulio". E' con queste parole che inizia il videomessaggio pubblicato su Facebook dai genitori del giovane ricercatore italiano trovato senza vita al Cairo all'inizio di febbraio del 2016. "Giulio ha subito una inenarrabile violazione dei diritti umani. La sua barbara uccisione ha riflesso un mondo che per molti era oscurato", continuano i genitori di Regeni ricordando le circostanze della morte del figlio. "Speriamo che a breve venga consegnata la verità vera e completa su tutto il male del mondo che si è abbattuto su Giulio. Sulle responsabilità di chi ha agito, consentito e coperto per tanto tempo. E' con la verità che si arriva alla giustizia", ha concluso la madre del giovane ricercatore

TRIESTE. In Italia oggi decine di piazze si tingeranno di giallo. Quel «giallo Giulio» - come lo ha definito la mamma di Regeni, Paola Deffendi - che nel tempo è divenuto simbolo della richiesta di giustizia per l’atroce omicidio del ricercatore di Fiumicello che il 25 gennaio del 2016, dopo avere inviato un ultimo Sms alle 19.41, fu inghiottito nel buio del Cairo. Per essere ritrovato cadavere, il corpo martoriato dalle torture, il 3 febbraio successivo sul ciglio di una strada. Un colore giallo che la famiglia Regeni ha voluto però anche identificare con la richiesta di giustizia «per tutti i Giulio del mondo».

 

 

Ma per il ricercatore ucciso a 28 anni la giustizia non c’è ancora. La strada stretta lungo cui la Procura di Roma sta conducendo le indagini si svolge in un contesto geopolitico di interessi economici e diplomatici in cui l’Egitto resta «partner ineludibile» per l’Italia, come lo ha definito il ministro Angelino Alfano dopo che la scorsa estate, a Ferragosto, l’Italia ha deciso di reinviare al Cairo il proprio ambasciatore.

È una strada che passa per le reticenze e i depistaggi fin da subito emersi da parte egiziana, così come per le opacità evidenziate a Cambridge, l’Università inglese da cui Giulio partì per compiere la sua ricerca sul ruolo dei sindacati indipendenti di opposizione. Ed è una strada che incrocia un Egitto da cui continuano a emergere segnali niente affatto chiari. L’ultimo caso è quello di cui hanno dato conto ieri La Repubblica e altri quotidiani.

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Un documento redatto in lingua araba e fatto recapitare in modo anonimo all’ambasciata italiana di Berna. Datato 30 gennaio 2016, il documento attesterebbe come Giulio quel giorno sia stato consegnato «in buono stato di salute psicofisica» dai Servizi segreti civili del Cairo a quelli militari. Un atto la cui veridicità la Procura di Roma ha subito chiesto a quella egiziana di verificare. E la risposta è arrivata alle agenzie di stampa ieri: «totalmente contraffatta» quella lettera, ha fatto sapere la Procura generale del Cairo. Che però ha ammonito: notizie veicolate senza «accertarne la veridicità» potrebbero «danneggiare la cooperazione giudiziaria fra le due Procure». Parole nette, cui si aggiunge l’annuncio di avere ordinato «una inchiesta immediata» sulla lettera in questione.

La cooperazione giudiziaria fra le due Procure, del resto, ha iniziato a fare faticosi passi in avanti dopo un lungo periodo di chiusura. Basta ripercorrere per sommi capi le vicende di questi due anni. Alle prime ipotesi surreali avanzate dalla polizia egiziana dopo il ritrovamento del cadavere di Giulio - come quella di un incidente stradale - è seguito, il 25 marzo 2016, il primo colpo di scena: un blitz in cui sono state uccise cinque persone, a casa di una delle quali sono stati ritrovati effetti personali e documenti del ricercatore. Una messa in scena smascherata dall’Italia in poche ore.

A due anni dalla scomparsa di Giulio...
A due anni dalla scomparsa di Giulio Regeni continua per i genitori Claudio e Paola la battaglia per la verità

All’inizio di aprile 2016 il primo, fallito incontro fra inquirenti italiani ed egiziani ha avuto l’effetto di indurre l’Italia a richiamare a Roma l’ambasciatore. Malgrado le reiterate promesse di impegno nelle indagini da parte dell’Egitto ai suoi massimi livelli, presidente Al-Sisi compreso. Solo mesi dopo gli inquirenti del Cairo hanno ammesso per la prima volta l’interessamento della polizia a Regeni, che prima di scomparire era stato tenuto “sotto osservazione” per settimane nella sua attività di ricerca.

Da allora in poi, le novità dal Cairo - grazie al lavoro della Procura di Roma - sono emerse con il contagocce. Tanto però da poter dare ormai per scontato il coinvolgimento nell’omicidio Regeni di ambienti dei servizi di sicurezza egiziani, che negli anni del governo al-Sisi si sono resi responsabili di innumerevoli sparizioni sulle rive del Nilo. L’altro filone di indagine è quello che guarda a Cambridge, dove gli inquirenti italiani sono volati di recente per interrogare la tutor di Regeni, Maha Abdelrahman (di cui hanno sequestrato pc e cellulari) così da fare «definitiva chiarezza» sul suo ruolo. I genitori di Giulio, Claudio e Paola, continuano intanto la loro battaglia per la verità.

 

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