Quotidiani locali

L’eredità di Marino, tessitore di genti

Il bagaglio di storie, passioni e incontri di Vocci ripercorso a un mese esatto dalla sua morte

Caro Marino, capita di scoprire un uomo dal vuoto che lascia quando muore. Il vuoto che tu hai lasciato andandotene, un mese fa, mi ha messo di fronte a un uomo vero, e al dispiacere di non averti conosciuto e valutato abbastanza da vivo. Sarei dunque l'ultimo a essere autorizzato a parlare, ora, ma il dovere di riconoscenza che Trieste e l’Istria - che dico, l’Adriatico intero - hanno nei tuoi confronti mi obbliga, da giornalista e da scrittore, a racimolare frammenti di te per ricordarti ancora una volta, in questo trigesimo. A dire qualcosa che va oltre il tuo sorriso e le tue mitiche sopracciglia ma che di quell’icona inconfondibile fa intimamente parte. Perché eri esattamente quello che sembravi. Un entusiasta in un mondo di cinici.

In questa terra di confini inquieti, di amori e rancori, il tuo lavoro di cucitura fra le genti è stato pari se non superiore a quello di un ambasciatore. Non so quanto gli esponenti istituzionali della parte politica per la quale ti eri speso se ne sono resi conto, a giudicare da chi ha partecipato a quel memorabile bagno di folla che è stato il tuo funerale. Era venuta gente da Bolzano, Pola, Bari, Venezia, Ancona, ma i parlamentari votati qui non c'erano. Era presente, con commossa partecipazione, il nostro sindaco col suo assessore alla Cultura, che ringrazio per questo sorvolando sui nostri ricorrenti, pubblici dissapori. Quella presenza più di ogni altra dimostrava che sapevi parlare con tutti, nonostante la tua appartenenza politica. Univi anziché dividere.

Sai, fatico a ricordarti in lingua italiana, perché fra noi regnava il dialetto comune. Era la nostra casa comune. Il tuo, un po’ cantilenato, di Caldania. Il mio, più ruvido, di Trieste. Ma ci provo lo stesso. Una volta eravamo in un museo, a Lesina: ebbene, mentre io guardavo le bacheche piene di mappe adriatiche e fotografie, tu guardavi la gente. Eri sedotto dalle facce. Per strada, in treno, sugli autobus, tu collezionavi facce anziché nozioni, scommettevi sulle provenienze etniche traguardando zigomi, naso e bocca. Sorridevi, attaccavi discorso, impostavi dialoghi. Un tessitore paziente, innamorato della nostra terra e del nostro mare. Nostro non nel senso che appartiene a qualcuno. Nostro perché noi appartenevamo a lui. A prescindere dalla lingua e dalla cultura.

Quando persi per pochi voti alle elezioni parlamentari del '96 - ero in lista per l'Ulivo di Prodi, e tu mi davi una mano - il tuo dispiacere fu tale che a scrutinio completato ti scolasti da solo una bottiglia e mezza di malvasia e fosti là e là per scivolare sotto il tavolo. Ridevi, piangevi, imprecavi, e dovetti consolarti. Che giorni erano stati quelli, a far comizi con Orazio Bobbio e Fulvio Camerini, un terzetto espresso dalla società civile di caratura difficilmente ripetibile, e che mai più la sinistra avrebbe messo in campo. Girando le periferie, sentivamo la città dilatarsi giorno dopo giorno, e nello stesso tempo capivamo che i partiti stavano perdendo, o avevano già perso, il polso del territorio. Come organizzatore eri un disastro, ma vivaddio conoscevi il mondo. Girare con te, specie in Istria e in Carso, significava essere salutati da tutti, italiani, croati o sloveni.

Il tuo patrimonio di conoscenze era sterminato, ma a livello istituzionale - fa presente non senza polemica Veit Heinichen - pochi hanno saputo coglierne l’eredità. Strana città, Trieste. Smemorata al vertice e piena di affetto tra il popolo nei confronti degli uomini liberi. Dov’era per esempio la sinistra triestina - la destra figurarsi - quando il pittore Ugo Pierri ha festeggiato gli ottant'anni? Lo dicevi anche tu: è più facile ricevere attestati di riconoscenza in un bar di Coloncovez che nei palazzi di Piazza Grande. La messa davanti alle tue ceneri ne ha dato la controprova. Era tutta gente che ti voleva bene. Pochissimi lì solo per rappresentanza. E commozione immensa.

Meno di un mese prima di levare le ancore - mi ricorda Luigi Nacci - ti presentasti con Telecapodistria sotto le rocce di Prosecco, lungo la passeggiata “Napoleonica”, per un raduno nazionale di camminatori. Ottobre di foglie rosse, mare a perdita d’occhio fino a Salvore, strapiombi calcinati di bianco, cielo blu sfolgorante: e tu incantasti tutti con una galoppata di racconti fuori programma che spaziarono dai palombari di Contovello alla cultura dei capperi, fino alle passeggiate italiane insieme a Fulvio Tomizza. Quanta energia ancora. Un uomo che ha ben vissuto se ne va senza lasciare scorie negative e senza rimpianti. In questo ci hai dato una lezione, come un anno fa il musicista Alfredo Lacosegliaz, che pur devastato da una malattia ha lavorato fino all'ultimo, con animo lieto e triestinissima autoironia.

«Ha gestito la sua morte con energia stupefacente - dice di te Edi Rabini, che in Alto Adige rappresenta la fondazione Langer - mai astraendosi dalla realtà più scottante». Ed è vero: fra una chemio e l’altra, senza mostrare affaticamento, sempre col sorriso, hai continuato a toccare i grandi temi: ecologia, immigrazione, frontiere. Le tue quattrocento puntate della Barca dei Sapori su Telecapodistria restano una miniera di volti, luoghi, tematiche. Le hai portate avanti fino alla fine, lentamente defilandoti, per passare il testimone a tua figlia Martina. Non ti eri mai mosso per interesse personale, ambizione o narcisismo. Hai lasciato dietro di te una confraternita di compagni di strada, senza imporre mai agli altri un pensiero unico o una posizione di partito.

Ricorda Giorgio Godina, vecchia quercia dei Cai XXX Ottobre, il tuo impegno a tutela dell’ambiente montano, le passeggiate istriane con i soci alpinisti, le conferenze affollatissime che organizzavi come responsabile del Museo del mare, gli incontri “vis à vis” sui temi dell’Adriatico; una storia, dicevi, scritta sull’acqua. E le bevute di moscato
secco a Momian, gli incontri con la gente da sindaco di Duino Aurisina, le storie narrate sulle saline di Sicciole, le scorribande in cerca di casite nel Dignanese. E qui forse un difetto l'avevi, caro Marino: non dicevi mai di no. A qualcuno, a ripensarci ora, avresti dovuto dirlo.

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