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Infiltrazione mafiosa Dct commissariata

Nominati i tre professionisti chiamati a far ripartire l’attività dell’impresa Sono il docente Crismani, il generale Zuliani e l’imprenditore Tonon

Un trio di noti professionisti per ridare carburante al porto di Trieste. La società Depositi costieri, da cui le navi che arrivano in Alto Adriatico traggono l’olio combustibile per la navigazione, bloccata dal 30 dicembre da un provvedimento di interdizione a causa di sospette infiltrazioni mafiose, può infatti riprendere a operare. Ieri, al termine della Conferenza dei servizi svoltasi nel Palazzo del Governo, il prefetto Annapaola Porzio ha nominato tre commissari che assumeranno su di sé tutte le funzioni ordinariamente svolte dal consiglio di amministrazione. Sono Andrea Crismani, docente di Diritto amministrativo all’Università di Trieste; Roberto Zuliani, generale in pensione dei carabinieri già capocentro della Direzione investigativa antimafia di Padova con competenza sull’intero Nordest, noto soprattutto per aver messo 26 anni fa le manette ai polsi di Mario Chiesa, arresto che diede il via alla gigantesca operazione “Mani pulite” in cui collaborò con Antonio Di Pietro; e infine c’è l’imprenditore friulano Matteo Tonon, ex presidente di Confindustria Udine.

L’incarico è stato fissato per un arco di tempo di sei mesi, ma potrebbe essere prorogato perché la Depositi costieri Trieste è anche schiacciata da un debito con le Dogane di 41 milioni di euro e al centro di una serie di inchieste e ricorsi: la Procura della Repubblica ne ha chiesto al Tribunale il fallimento, ma al contempo il napoletano Giuseppe Della Rocca la cui società, la Life, è attualmente socio unico di Dct, contro l’interdittiva si è appellato al Tar. E così mentre l’Autorità di sistema portuale dovrebbe prepararsi a elaborare un bando pubblico per affidare la Depositi costieri a un nuovo concessionario, altri due scenari sono teoricamente possibili: l’avvio di una procedura concorsuale con reperimento di un nuovo acquirente che si assuma l’onere di ripianare il forte debito o addirittura, nel caso in cui il Tribunale amministrativo accogliesse il ricorso, sarebbe rimesso in sella lo stesso Della Rocca.

«Siamo intervenuti prontamente – ha affermato ieri il prefetto – perché si tratta di un servizio di pubblica utilità di importanza cruciale per il porto di Trieste, oltre che per salvare i ventiquattro posti di lavoro dei dipendenti diretti, più quelli dell’indotto». Era stata la stessa Annapaola Porzio a bloccare l’attività della ditta al termine degli accertamenti compiuti dopo l’operazione di acquisizione da parte di Life, un’azienda composta da imprenditori prevalentemente campani. «Le conclusioni a cui è arrivata la nostra istruttoria – aveva affermato – non ci fanno ritenere sufficientemente affidabile la società sotto il profilo di una totale assenza di infiltrazione mafiosa». Le indagini successive avevano messo in luce il resto: i possibili intrighi con la Camorra maturati con il passaggio di proprietà dopo la vendita da parte dell’imprenditore triestino Franco Napp per 4,5 milioni di euro. Il commento del procuratore capo Carlo Mastelloni era stato netto: «L’iniziativa prefettizia sottintende una infiltrazione mafiosa all’interno della struttura portuale di Trieste».

Nei giorni scorsi è emerso che l’azienda, attualmente in mano all’imprenditore napoletano Giuseppe Della Rocca in passato processato, ma poi assolto, ha alle proprie dipendenze il cinquantatreenne Renato Smimmo, originario di Volla. Smimmo è stato condannato per il reato di associazione di stampo mafioso nel 2004 con una sentenza della Corte di appello di Napoli per fatti avvenuti a fine anni Novanta. All’uomo è stata contestata anche la detenzione illegale di armi. Il cinquantatreenne napoletano aveva scontato quattro anni di carcere e, successivamente, un altro anno per cumulo di pene. Smimmo ha anche alle spalle altre condanne: ricettazione continuata, rapina in concorso e sequestro di persona in concorso. Le forze dell’ordine ritengono che l’uomo in passato appartenesse al clan Veneruso, tradizionalmente operante nel territorio di Volla e legato alla cosca Mollo di Casalnuovo. Ma gli accertamenti degli inquirenti, da cui è scaturita l’interdittiva, si sono

successivamente concentrati anche sulla figura di Pasquale Formicola, il cui nome risulta nel documento antimafia della Prefettura, assunto lo scorso agosto e che secondo la polizia in passato avrebbe avuto collegamenti con la Camorra.

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