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Le malattie e l’addio al lavoro E ora l’attesa di una telefonata

Luca supera un tumore e un disturbo cardiaco ma deve chiudere la sua attività Lo sforzo di dover chiedere un piatto caldo alla Caritas. «Però sono ancora vivo»

Possedere solamente un paio di scarpe, di tipo antinfortunistico, ma non disporre nemmeno di uno straccio di lavoro. È il destino toccato in sorte a Luca, triestino di cinquantacinque anni che, «dopo una vita normale e per certi versi fortunata», è rimasto intrappolato sotto le macerie di un terremoto esistenziale.

«Ho lavorato per tanti anni – spiega -, coltivando un sogno, quello di aprire un locale e di mettermi in proprio». Il sogno un po’ alla volta prende forma e gli affari vanno come si deve, fino a quando, nel 2013, a Luca viene diagnosticato un tumore al pancreas. «Mi è andata pure bene – il suo commento -, perché questo tipo di neoplasia solitamente non lascia scampo».

Un disturbo cardiaco, solo un anno più tardi, costringe Luca a entrare in una sala operatoria, dalla quale viene fuori con una nuova valvola aortica e con un pacemaker impiantato nel torace.

È il definitivo tracollo: il suo socio in affari, infatti, non riesce a portare avanti l’attività e non può fare altro che chiuderla.

Luca, passato il mezzo secolo di vita, è così costretto a salire nuovamente sulle montagne russe della disoccupazione. «Troppo in là con l’età», è il refrain che lo accoglie a ogni nuovo colloquio di lavoro. Per lui non sembra essere disponibile nemmeno un posto come lavapiatti.

«Non avendo nessuno alle spalle e avendo finito i soldi che avevo messo da parte – ricorda -, ho dovuto lasciare la casa e ho trovato rifugio nel camper di un amico. Ho vissuto per tre anni in strada ed è lì che ho continuato la mia personalissima via crucis. Se avessi bevuto o utilizzato droghe, almeno questo fallimento avrebbe avuto una sua logica». Una crescente condizione di fragilità lo costringe a bussare alle porte dei Servizi sociali del Comune di Trieste, una cosa che fino a qualche anno prima avrebbe ritenuto impensabile: ottiene un alloggio dalla Fondazione Caccia-Burlo e, dopo il riconoscimento di un’invalidità pari all’80%, inizia a percepire 290 euro al mese. «I soldi non bastano – racconta affranto -. Solo di affitto pago 83 euro e con quanto mi rimane provo ad andare avanti, con la paura matta che mi si guasti la lavatrice. Il sostegno al reddito ultimamente mi ha dato una grossa mano, anche se il suo accredito in banca non è mai una cosa certa e prevedibile».

Luca entra ed esce dalla mensa della Caritas a passo svelto: «Dopo tanti anni ancora mi vergogno – ammette -. Alla mia età avrei voluto vivere diversamente e ritrovarsi in queste condizioni fa davvero molto male. A volte, davanti a un volto conosciuto, mi è capitato di non entrare in mensa e di tirare dritto. Sono un morto di fame, anche se non mi considero tale. Alle volte non ho nemmeno i soldi per un caffè – continua -, ma mi trovo costretto, a causa della mia malattia, a entrare in un locale pubblico e a chiedere di andare in bagno. Quando incrocio gli occhi dell’esercente mi sento un ladro, anche se non ho fatto nulla di male».

Luca parla con lo sguardo basso, rivolto al pavimento. Il sentimento di vergogna che lo assale, però, non gli impedisce di trasudare dignità a ogni parola pronunciata. «Non ho mai smesso di cercare lavoro – le sue parole -, anche se capisco le persone che rifiutano di assumermi in queste condizioni e a questa età». Anche queste festività, per il terzo anno di fila, Luca le passerà in via dell’Istria. «Ogni volta che accedo alla mensa della Caritas rivivo il fallimento della mia vita – spiega sconsolato -, ma non ho delle alternative. Alcune volte mi preparo qualcosa a casa con un fornelletto elettrico. L’utenza del gas ho deciso di non aprirla, dal momento che riesco a malapena a pagare la luce e l’acqua». Molti italiani, negli ultimi anni, sono stati costretti a fare come Luca: «In mensa vedo intere famiglie con bambini – assicura –. Solo a pensarci mi vengono i brividi. In questo posto ci ritroviamo in tanti, eppure non smettiamo mai di sentirci soli».

Una telefonata: alle volte basta così poco per stare un po’ meglio. «È bello quando una persona mi chiama per sapere come me la passo – confessa con la voce rotta dall’emozione -. È una piccola cosa, forse stupida, ma in questo modo sento di essere nei pensieri di qualcuno». La giornata di Luca scorre lenta, seguendo il ritmo delle infinite passeggiate che lo portano da una parte all'altra della città: «Cammino molto – racconta – e comunque cerco di rimanere sempre impegnato. Al futuro non ci penso mai; preferisco rifugiarmi nel passato, pensando a quando le cose andavano bene. Riporto spesso alla mente le immagini della mia vita precedente, dell’esistenza prima del tumore».

La rassegnazione ha portato via la rabbia dalla testa e dal cuore del cinquantacinquenne triestino: «Le malattie sono democratiche – la sua amara riflessione -. Colpiscono
tutti, indistintamente, poveri e ricchi. Steve Jobs e Luciano Pavarotti sono morti a causa del mio stesso tipo di tumore. Loro non ci sono più, mentre io vivo di stenti e vado a mangiare alla mensa della Caritas. Perché?».

(3 - fine)

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