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VIAGGIO NELLA POVERTà/2

Trieste, ritrovarsi davanti allo specchio per uscire dal tunnel e ripartire

Prima un infarto a 34 anni, poi la perdita del lavoro e il gioco come unica ragione ma Christian ha saputo reagire grazie anche all’ospitalità di Villa Stella Mattutina

TRIESTE. Un infarto, la perdita del lavoro e la piaga del gioco d’azzardo. I rapporti parentali che un po’ alla volta si sgretolano, lasciando una giovane esistenza alla deriva nella solitudine. Ha inizio così la parabola discendente che ha travolto Christian, un quarantenne triestino che ha visto la propria vita perdere improvvisamente quota e finire nelle acque stagnanti della sofferenza. «Non sono mai stato fermo in vita mia – spiega con orgoglio –, ho sempre lavorato. Ho fatto di tutto, dal cameriere al netturbino».

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Christian apre la porta, al secondo piano, di quella che negli ultimi dodici mesi è diventata la sua nuova casa: Villa Stella Mattutina, la struttura di accoglienza della Comunità di San Martino al Campo, a Opicina. Le sue prime parole servono a delineare i confini di un incontro casuale, nato mentre don Mario Vatta, al piano inferiore della villa, è intento a celebrare la terza domenica di Avvento assieme alla “sua” comunità di persone. «Può mettere il mio nome e la mia foto – precisa Christian –, ma scriva anche che sono una persona che ha voglia di lavorare e che, quando ha potuto, si è sempre data da fare». Quella del quarantenne triestino, infatti, era una vita che procedeva sui binari della cosiddetta normalità: una casa, un lavoro e una vita davanti da desiderare, progettare e conquistare. «Vivevo da solo – le sue parole –. Lavoravo come netturbino per una cooperativa e con gli straordinari, alla fine del mese, portavo a casa 1.300-1.400 euro. Pagavo 400 euro di affitto più le spese e avevo trovato una mia stabilità».

 

 

Le slot machine? «Un vizietto – assicura Christian –. Giocavo senza rovinarmi, in maniera consapevole». Nel 2011, all’età di soli trentaquattro anni, il cuore di Christian va in tilt: un infarto lo colpisce mentre si trova a cena con gli amici e lo costringe, nei cinque mesi successivi, a un faticoso percorso di riabilitazione. «Ho pagato uno stile di vita poco sano – racconta –. Prima dell’infarto, infatti, mi alzavo alle 4 di mattina per andare a lavorare e, quando tornavo a casa, mangiavo in maniera sregolata».

La fine del periodo di riabilitazione restituisce a Christian il lavoro ma anche un forte ridimensionamento dello stipendio: «Per non farmi stancare e prendere freddo – il suo ricordo –, la cooperativa decise di spostarmi in ufficio. In questo modo, però, non mi fu più data la possibilità di fare degli straordinari che fino a quel momento erano stati fondamentali per il mio bilancio mensile». Lo stipendio scende così al di sotto dei mille euro.

Di lì a poco, come se non bastasse, la cooperativa perde un importante appalto. È il mese di maggio 2012 e Christian trova sulla scrivania del proprio ufficio la lettera contenente l’avviso di licenziamento. «Reduce dall’infarto e senza più un lavoro – continua Christian –, per un po’ di tempo sono andato avanti grazie alla liquidazione. Nel mese di dicembre dello stesso anno, però, sono stato costretto a ritornare a vivere con mia madre e con mio fratello più piccolo».

Le trame familiari, una volta rientrato a casa, non sono facili da riannodare. Le prime incomprensioni con la madre e il fratello lasciano così il posto a una vera e propria depressione. «L’unica cosa che mi faceva stare meglio in quel periodo era il gioco – le sue parole –. Mi mettevo davanti alle slot machine e tutti i miei problemi sparivano». Questo schema si ripete purtroppo quotidianamente. Christian inizia a giocare, e logicamente a perdere, in maniera sempre più pesante. «Spendevo fino a 500 euro al giorno – confessa – e per mantenere quel ritmo di giocate iniziai a commettere qualche piccolo furto. La vincita era un’opzione che non mi interessava più di tanto: l’importante era giocare».

Una sera, dopo aver sottratto una borsetta incustodita all’interno di una banca, Christian si ritrova nel bagno di casa davanti allo specchio. «Cosa sto facendo – esclama sottovoce –? Che persona sto diventando?». Quesiti esistenziali, quelli di Christian, che finiscono direttamente sulla scrivania di un funzionario della Questura. «Decisi di autodenunciarmi – prosegue nel suo racconto – e di porre così fine a una spirale infinita di dolore. Trovai dei poliziotti molto comprensivi che mi indirizzarono al Dipartimento delle dipendenze legali dell’Azienda sanitaria».
 

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L’approdo a Villa Stella Mattutina, dopo le incomprensioni familiari e dopo «due mesi molto duri passati di notte al dormitorio di via Udine», rappresenta il primo passo di un lungo cammino di recupero che tuttora impegna Christian. «Da don Mario e suor Gaetana ho trovato una famiglia – ammette con commozione – e un luogo da dove ripartire. Finalmente mi sono sentito trattato come una persona, un amico e un figlio. Ho una borsa lavoro e mi occupo di manutenzione del verde. Per ora guadagno solo 200 euro al mese, ma anche grazie alla misura di sostegno al reddito conto presto di poter ritornare a vivere in autonomia».

L’ingresso di Villa Stella Mattutina...
L’ingresso di Villa Stella Mattutina a Opicina


Il gioco, per Christian, è un capitolo chiuso «e tale deve rimanere». «Sono ancora seguito dal Dipartimento delle dipendenze legali – la sua conclusione – ma ormai sento di voler scommettere solamente su una cosa: ridare piena dignità alla mia vita, contando esclusivamente sulle mie forze e sul sostegno di chi mi vuole bene».

Una stretta di mano, che diventa un abbraccio, è il saluto che Christian riserva a chi ha ascoltato la sua storia fatta di cadute ma anche di speranza e di tanta forza di volontà. Nel soggiorno della struttura di accoglienza di Opicina, intanto, un fedele raggiunge don Vatta per la lettura di un passaggio del libro del profeta Isaia: «Il Signore mi ha mandato a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi e la scarcerazione dei prigionieri», le sue parole.

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