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Muggia dà l’addio a Jolanda vittima dell’orrore dei lager

Si è spenta all’età di 93 una delle ultime sopravvissute ad Auschwitz e Birkenau Arrestata dai fascisti nel 1944 fu imprigionata con l’accusa di aiutare i partigiani

TRIESTE. È scomparsa all’età di 93 anni Jolanda Marchesich, una delle ultime sopravvissute ad Auschwitz. Nata il 12 febbraio del 1924 a Pinguente Jolanda è spirata nella Casa di riposo di Muggia, dove era ospite da alcuni anni. Nel 2014 era stata insignita della “Medaglia d’Onore ai cittadini italiani deportati ed internati nei lager nazisti 1943-1945».

La sua tragedia umana di Marchesich inizia il 6 giugno 1944 quando a vent’anni viene arrestata da un comando fascista con l'accusa di aiutare i partigiani. Incarcerata prima a Portole, successivamente viene prelevata dai tedeschi e trasferita al Coroneo di Trieste. Dopo pochi giorni viene condotta alla Stazione dei treni: al termine di un lungo viaggio di otto giorni, con un'unica tappa a Villaco, trascorso su un vagone bestiame assieme a centinaia di altre persone, Jolanda si ritrova in territorio polacco: è l’interno del campo di concentramento di Birkenau.

Questo il racconto di Marchesich rilasciato qualche anno fa durante un'intervista: «Ai binari di Birkenau ci hanno fatto scendere, eravamo in un altro mondo. Noi non sapevano niente, siamo caduti dal cielo. Abbiamo visto gente, questi prigionieri, ma non sapevano niente… Mi ricordo che ci hanno portato in un grande salone, c’era un bancone grande e lì ci hanno portato via tutto l’oro, i vestiti e tutto il resto, ci hanno spogliato, ci hanno dato una coperta e lì siamo rimasti fino a che hanno finito. Poi ci hanno messo in un altro grande casermone, per terra, senza acqua e senza niente. Infine ci hanno messo nelle baracche e rasato via i capelli».

Come da prassi le viene tatuato sul braccio un numero di riconoscimento: Jolanda diventa il numero 82954. Sulla sua giacca viene apposto un triangolo rosso - quello per i prigionieri politici - con la lettera “I” di Italia. Quella “divisa” è oggi conservata ed esposta al Civico Museo della Risiera di San Sabba a Trieste.

Da Birkenau Jolanda viene trasferita nella vicina Auschwitz. «Non si doveva aprire bocca con nessuno - ricorda Jolanda -. Noi non sapevamo niente. Noi di Auschwitz abbiamo visto il fumo e il crematorio, qualcuno forse si immaginava, forse qualcuno sapeva, ma noi non dovevamo parlare. Dovevamo stare zitti». Marchesich viene poi mandata a Hirtenberg, in Austria, sottocampo di Mathausen, per lavorare in una fabbrica di munizioni. «I tedeschi ci avevano trasferiti lì per non lasciarci nelle mani dei russi. Abbiamo portato attrezzi, cucine, munizioni, viveri, tutto a mano, percorrendo 30 chilometri al giorno per tredici giorni». A Mauthausen, dopo alcune giornate all'addiaccio, lo scenario cambia repentinamente: “Il 3 o 4 maggio hanno cominciato a mancare le sentinelle e allora abbiamo capito che qualche cosa doveva essere successo. Infatti il 5 maggio del 1945 abbiamo visto entrare i primi americani: io pesavo 36 chili».

Il 29 maggio Marchesich parte da Mauthausen per fare rientro a Trieste il 6 giugno, dopo aver fatto sosta a Vienna, Maribor e Lubiana. Da cittadina libera Jolanda era riuscita a costruirsi una famiglia sposando Giovanni Sema, col quale aveva avuto due figlie, Nella e Elena. Jolanda lascia quattro nipoti - Ileana, Fabrizio, Giampaolo e Lorenzo - e i due pronipoti Caterina e Martina.

Antonino Ferraro, consigliere comunale e operatore nella Casa di riposo, era diventato grande amico di Marchesich. Così il suo
ricordo pubblicato sul web: «Ciao Iole, ho avuto il privilegio di conoscerti e ascoltare i tuoi racconti. Hai lasciato a tutti noi, e specialmente ai giovani, un insegnamento di grande forza e coraggio. Continueremo la tua battaglia, per non dimenticare».

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