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La stazione dell’impero mette in moto il futuro

Il progetto delle Ferrovie volano di sviluppo per Trieste 

Campo Marzio non rinasce solo come museo, ma come stazione, come area-chiave di Trieste, come simbolo di una città europea e come snodo di un hinterland. Una rivoluzione, che toglie dalle ortiche, dal degrado e dallo sconcio edilizio il cuore antico del porto, quello che ruota attorno alla Lanterna. La stazione potrà diventare il volano di una riqualificazione urbana indilazionabile (la terra di nessuno fra viale Giulio Cesare, l’area dell’ortofrutticolo e il parcheggio dei camion in Riva Traiana) e al tempo stesso terminal di un traffico turistico su rotaia dalle potenzialità illimitate. Qualcosa che va al di là persino di quanto la Fondazione Fs è riuscita a realizzare, pur magnificamente, ai piedi del Vesuvio con il museo di Pietrarsa appena inaugurato.

Sembra impossibile, dopo decenni di inutili richiami e di progetti insensati, poter immaginare qualcosa di concreto, capace di unire business e cultura, di accontentare imprenditori e sognatori, ecologisti e amanti delle vaporiere. Ora che il diaframma ferroviario di Monrupino è caduto ed è di nuovo possibile viaggiare da Trieste-Campo Marzio in direzione di Dutovlje, Gorizia, Tolmino, Bled, ecco che la linea magica della Transalpina si ricostituisce e riapre al traffico turistico gli stessi binari che cent’anni fa legavano alla Baviera e al resto del mondo tedesco il porto più settentrionale del Mediterraneo. Come sempre, il futuro abita nel passato. Negli anni in cui persino i treni della Canadian Pacific collegavano a Trieste le grandi città del Nord valicando le Alpi con speciali vagoni panoramici.

È venuto il tempo di pensare in grande, di affrontare una spesa con una visione strategica; di andare oltre il cemento (l’orrido edificio incompiuto accanto alla stazione!), le rotonde (ah quanto costose!) e gli svincoli faraonici (Enemonzo!) che svuotano le casse regionali con investimenti a pioggia. I cinque e passa milioni di euro per ridare dignità all’ala museale della stazione sul lato di viale Giulio Cesare ci sono grazie al finanziamento della Fondazione Fs, della Regione e del ministero dei Beni culturali. Manca il necessario per completare il restauro dello scalo di Campo Marzio e trasformarlo in stazione di testa di un traffico turistico e polo culturale su scala europea.

È per questo che gli uomini – motivatissimi, va detto – della Fondazione Fs hanno aperto davanti al sindaco e alla presidente della Regione le carte di un progetto che li mette di fronte a un’occasione irripetibile. Ridare senso a Trieste, alla sua storia, alla sua posizione tra Mediterraneo e Centro Europa. Il piano prevede soluzioni ambiziose: la copertura della stazione con un “ombrello” quasi identico a quello originale (smantellato durante la seconda guerra mondiale), ma in lega leggera e una tecnologia capace di regolare le luminosità e l’acustica dell’ambiente, e una serie di piattaforme mobili capaci, in determinate occasioni, di coprire le rotaie di testa e trasformare la stazione in un grandioso auditorium per concerti e altri eventi all’aperto.

Se a tutto questo si aggiunge il rondò con treni storici già collaudato quest’estate da Trieste-centrale a Campo Marzio via Miramare, Aurisina, Opicina e Rozzol, e soprattutto il riaggancio di Trieste alla rete nord-europea grazie al ripristino della linea transalpina a Monrupino, ecco che il quadro si completa, ecco che appare evidente come il lavoro sulla stazione lato viale Giulio Cesare non può e non deve restare incompiuto. Perché a questo punto la città potrebbe offrire qualcosa di davvero speciale. E non ci vorrebbe poi un grande sforzo di immaginazione per capire di cosa potrebbe fruire il viaggiatore una volta in città. Una sequenza di meraviglie di facile accesso senza uso di automobile e senza soluzione di continuità.

Mettiamo un tedesco di Monaco. Atterra a Ronchi, si trasferisce alla stazione in via di allestimento e prende la navetta che lo porta direttamente in città. Alloggia in un hotel sulle Rive o in un B&b del centro. Esce e raggiunge a piedi la zona del porto nautico e nella stazione rimessa a nuovo legge il romanzo delle ferrovie di frontiera nelle sale di un museo, poi sale sul treno turistico con i vagoni cento-porte e circumnaviga Trieste dall’alto fino a Opicina, dove partono i binari dell’Est e quelli per Bled, e dove può ridiscendere in città col vecchio tram (che si spera nuovamente in esercizio) oppure continuare verso il bivio di Aurisina per scendere con vista mozzafiato su Miramare.

Qui il nostro viaggiatore può scegliere ancora: tornare in città fino alla Centrale, oppure sbarcare alla stazione che fu di Massimiliano d’Asburgo per scendere a piedi al parco (finalmente in riassetto dopo anni di incuria) e al Castello di Miramare, dove lo aspetta un’autocorriera anni Cinquanta che chiude il cerchio riportandolo al punto di partenza di Campo Marzio. Il tutto con un biglietto unico. E magari con una convenzione Fs che consentirebbe ai viaggiatori di visitare il museo napoletano di Pietrarsa e quello di Trieste collegati da un treno notturno.

E tutto questo non è affatto un sogno. L’itinerario ha già una fetta di mercato assicurata in particolare fra i cultori dei treni che sono già tanti in Italia e ancora più numerosi in Austria, Germania e nell’area dell’ex impero asburgico. «Non realizzare tutto questo sarebbe pazzesco», afferma l’ingegner Luigi Cantamessa, entusiastico braccio
operativo della Fondazione Fs, che in questi giorni è venuto a batter cassa a Trieste per assicurarsi il completamento dell’opera. Intanto le Ferrovie vanno avanti e fra tre mesi daranno il via al restauro del museo, con la posa della prima pietra.

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