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Le alghe rosse indonesiane attratte dal punto franco di Trieste

Java Biocolloid, controllata dal colosso Hakiki, sbarca sul Canale navigabile Investimento da diversi milioni di euro. Previste decine di nuovi posti di lavoro

TRIESTE Alga rossa. Sembra un vecchio film diretto da John Milius. Invece è la ragione originaria per la quale un importante gruppo industriale indonesiano ha deciso di sbarcare nel Canale industriale triestino. Con un investimento di alcuni milioni di euro, per dare lavoro ad alcune decine di addetti. E con buone prospettive per l’indotto portuale e industriale del territorio. Il punto franco ha rappresentato una leva determinante nell’intrapresa degli asiatici.

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Questa la catena che da Giava si è sgranata fino all’Adriatico settentrionale: Java Biocolloid Europe è la filiale vecchio-continentale di Java Biocolloid, leader nella produzione del polisaccaride agar-agar ottenuto da alcuni tipi di alghe rosse e utilizzato nell’industria alimentare e farmaceutica. A sua volta Java Biocolloid è controllata dal grande gruppo Hakiki, sorto a Surabaya a fine anni ’60 e specializzato nel settore alimentare.

Gli indonesiani - lo ha spiegato Lino Paravano, friulano, fondatore e socio della società - sono interessati a una postazione europea ben collocata sotto il profilo geografico e felicemente connessa al mondo della ricerca. La base europea è destinata a diventare poi il trampolino verso i mercati di oltre Atlantico. Da queste istanze logistico-industriali ecco accendersi il contatto con Freeway, la “piattaforma” pubblico-privata sorta nello scorso marzo per opera di Area Science Park e della Samer. Questo contatto fra Trieste e l’Indonesia si è concretizzato nell’insediamento pianificato in due fasi nell’area del Canale industriale: già dal 1° gennaio sul lato nord in un magazzino di Samer, poi sul lato sud in un capannone non lontano da Frigomar (controllata a sua volta da Samer).

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«Alla base di questa operazione - spiega il presidente dell’Area Sergio Paoletti - l’intesa tra l’Area e l’Autorità finalizzata ad attrarre realtà imprenditoriali non inquinanti e collegabili alle attività delle istituzioni scientifiche». Paoletti voleva portare a termine un progetto entro la fine del 2017 e ce l’ha fatta con l’arrivo di Java Biocolloid, che agirà all’interno del Sin (sito di interesse nazionale) ma in luoghi operabili. In questi giorni la delegazione indonesiana, oltre a definire i passaggi dell’investimento triestino, ha visitato la città e gli impianti portuali. Soddisfazione generale. Da parte del vicepresidente della Regione, Sergio Bolzonello, che ha evidenziato l’appoggio offerto dalla stessa Regione allo sbarco indonesiano attraverso la cosiddetta “strategia di specializzazione intelligente”. Da parte del presidente dell’Autorità portuale, Zeno D’Agostino, e di Enrico Samer, che hanno insistito sulla vincente connessione di ricerca, porto, logistica.

Ma, a monte dell’interessamento indonesiano per la sponda alto-adriatica, c’è una storia che risale a quasi trent’anni fa e che vale la pena essere narrata. Il tipo di alga, che ha dato vita al business prima descritto, veniva coltivato anche nella laguna di Grado e di Marano, però al principio del decennio Novanta questa attività venne meno. Lo stesso Lino Paravano, che poi avrebbe assunto un ruolo centrale in Java Biocolloid, lavorava in quel periodo in una azienda, insediata nella zona industriale Aussa Corno, che utilizzava quelle alghe per produrre la gelatina adoperata per la carne Simmenthal. Allora anche il biochimico Sergio Paoletti sapeva di quelle alghe.

Così, trascorsi un po’ di anni, Paravano, quando da Surabaya guardava in direzione del Mediterraneo per trovare una base dove sbarcare e immagazzinare l’agar, si ricordò di quel professore e rinfrescò l’antico rapporto. Con questo nuovo insediamento si infittisce la rete imprenditoriale attorno al Canale: Redaelli, Autamarocchi, Frigomar, SiMetal, forse Wärtsilä. Crismani ha fatto un’offerta per il piazzale alla radice della via d’acqua. E l’elenco è presto destinato a crescere.

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