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In Serbia una donna su due subisce abusi fisici o psichici
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In Serbia una donna su due subisce abusi fisici o psichici

Da gennaio 24 i femminicidi. Dati allarmanti anche negli altri Paesi dell’area

BELGRADO. L’ultimo di una lunga serie è stato registrato qualche giorno fa a Pancevo, cittadina operaia di industrie e raffinerie, appena oltre il Danubio, a mezz’ora d’auto da Belgrado. «Marito uccide la moglie che aveva da poco partorito», hanno titolato i giornali locali, fornendo dettagli scabrosi sull’omicida, ubriaco e armato di coltello, sulla più giovane compagna, madre da venti giorni.

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Quello di Pancevo è solo un punto, l’ennesimo, su un’immaginaria mappa dei Balcani: la mappa dei femminicidi e delle violenze domestiche contro le donne, un fenomeno non certo solo italiano. E che continua a colpire e a preoccupare la regione, Serbia in testa. In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne a Belgrado sono stati resi pubblici nuovi dati che fanno capire quanto molto rimanga da fare, malgrado le ultime “armi” messe in campo a disposizione dallo Stato contro i violenti. Dati come quelli che segnalano la morte di almeno 24 donne uccise nel corso dell’anno dai loro mariti e compagni in Serbia, una cifra - almeno finora - di poco inferiore alle 33 freddate nel 2016: quasi tre al mese in una nazione di appena sette milioni di persone.

Zorana Mihajlović
Zorana Mihajlović


«Una donna su tre» fra quelle “eliminate” «aveva in precedenza denunciato casi di violenza domestica» prima di essere uccisa, si legge nell’accurato rapporto “Femminicidio - uccisioni di donne in Serbia” pubblicato dalla Rete delle donne contro la violenza, una delle Ong più attive nel settore. E servono Ong del genere, in un Paese dove - come ha riportato il portale Insajder citando la vicepremier Zorana Mihajlović - negli ultimi dieci anni hanno perso la vita «più di 330 donne» in famiglia. E dove ancora oggi una donna su due patisce abusi di tipo «psichico, fisico o economico».

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«Siamo consci che la violenza sulle donne è un problema enorme e perciò è importante che tutti si impegnino nella battaglia, tutto l’anno», ha detto Mihajlović, che è anche alla testa di un comitato governativo per la parità di genere e che ha più volte e con forza sottolineato anche la necessità di un maggiore controllo sulle armi in circolazione, condizione che influisce sulla violenza domestica, come ha confermato uno studio del 2016.

In Serbia qualcosa però si muove, ha ammesso Tanja Ignjatović, coordinatrice dell’Autonomni ženski centar, che gestisce una hotline che le vittime possono usare per lanciare un Sos prima dell’irreparabile. Ignjatović ha lodato la nuova legge contro la violenza familiare specificando come ogni mese sono «tra le 600 e le 800 le misure di allontanamento» che vengono prese dalle autorità contro maschi violenti e pericolosi, «tra le 1.000 e le 1.500 i divieti di comunicare» con la partner, «una statistica positiva».

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Molto però rimane da fare. E non solo in Serbia, ma in tutti i Balcani. Secondo alcune statistiche riportate dall’agenzia di stampa francese Afp, in Bosnia «più della metà delle donne con più di 15 anni è stata vittima di qualche forma di violenza». In Kosovo, il 70% delle donne ha subito violenze domestiche secondo “Basta scuse, una approfondita analisi della Rete per le donne. Analisi che contiene alcune delle “scuse” che le autorità, non solo in Kosovo, spesso usano verso le vittime, sottostimando i loro problemi e il fenomeno: come «Naturale che la violenza accada quando qualcuno usa alcol o droghe», o «ci sono donne che meritano di essere picchiate». E ancora, il significativo «eravamo sul punto di intervenire, ma poi abbiamo saputo che la moglie tradiva il marito» violento, secondo l’ammissione di un poliziotto.

Non ci sono scuse per la violenza, ma questa continua anche in Albania dove - come ha riportato la France Press - sono stati 3.000 i casi di violenza domestica e 1.643 gli ordini di allontanamento decisi solo da gennaio a settembre di quest’anno, spesso però non rispettati o troppo blandi per proteggere le vittime.

Il fenomeno non è confinato a Tirana, Sarajevo, Belgrado, ma diffuso anche in Montenegro, in Macedonia. Ed è talmente grave da aver spinto la Commissione europea e l’agenzia Onu per le donne e l’uguaglianza di genere a lanciare, la scorsa primavera, un progetto regionale del valore di sei milioni di euro, esteso anche alla Turchia, per introdurre misure legislative più efficaci. E per sensibilizzare la società su quello che rimane ancora oggi un gravissimo problema.

 

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