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Fu genocidio. E' ergastolo per Ratko Mladic
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"Fu genocidio". E' ergastolo per Ratko Mladic

BELGRADO. Colpevole per dieci capi d’imputazione su undici, per crimini di guerra e contro l’umanità. E soprattutto per il genocidio di Srebrenica. Pena, il carcere a vita

BELGRADO. Colpevole per dieci capi d’imputazione su undici, per crimini di guerra e contro l’umanità. E soprattutto per il genocidio di Srebrenica. Pena, il carcere a vita, quello che chiedevano la procura e decine di migliaia di vittime e sopravvissuti. Si è chiuso così ieri il processo di primo grado al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpi) contro Ratko Mladić, ai tempi della guerra il comandante militare dei serbi di Bosnia.

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E da ieri il “boia di Srebrenica” - a meno di sorprese in appello - anche per la giustizia internazionale. Boia che ha dimostrato di non essere affatto pentito e di avere ancora buone capacità di reazione, malgrado la difesa abbia tentato di presentarlo come moribondo. Prima un pollice alzato verso i fotografi, poi la gazzarra. «Tutte quelle che avete detto sono menzogne, vergogna», ha gridato l’imputato 74enne all’indirizzo del giudice Alphons Orie in una pausa della lettura del verdetto, meritandosi l’allontanamento dall’aula. Fino a quel momento l’imputato era rimasto impassibile, addosso il vestito migliore, un completo scuro, cravatta rossa, camicia bianca. E un’espressione impenetrabile ad ascoltare, scuro in volto, la lettura della sentenza, una lunghissima lista di crimini commessi da uomini direttamente ai suoi ordini, litania dell’orrore andata avanti per due ore fino al verdetto finale. Verdetto che condanna Mladić per crimini «fra i più atroci» mai commessi sul suolo europeo dal 1945.

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E non poteva essere che «ergastolo», la decisione dei togati, l’unica pena possibile per chi si è macchiato di genocidio a Srebrenica, di persecuzioni, sterminio, omicidi, atti inumani e deportazioni forzate, terrore e attacchi illegali contro la popolazione civile, cattura d’ostaggi, incluso personale delle Nazioni Unite.

Tutti crimini, ha stabilito il Tpi, perpetrati «attraverso la partecipazione e con il contributo a una impresa criminale congiunta», che aveva il preciso obiettivo primario di «rimuovere permanentemente» dai territori ambiti dai serbo-bosniaci «musulmani e croato-bosniaci». Mladić fu «strumentale» alla commissione di quei misfatti e alla pulizia etnica. Unica assoluzione per l’ex generale, quella per crimini commessi nel 1992 nelle municipalità di Foca, Kijuc, Kotor-Varos, Prijedor, Sanski Most, coerente con quanto già deciso sul caso in questione nel processo Karadzić. In quelle aree non ci sarebbe stato genocidio, “solo” crimini contro l’umanità.

Il Tpi però ha provato le responsabilità di Mladić per altri innumerevoli misfatti, una lista infinita di orribili violenze, anche sessuali, assassinii a sangue freddo, esecuzioni, torture, maltrattamenti contro prigionieri in veri e propri lager, umiliazioni inflitte dai suoi sottoposti durante la guerra in Bosnia, che costò 100mila morti, due milioni di profughi.

E per Sarajevo, nel mirino di una «campagna di cecchini e bombardamenti» durata più di tre anni, orchestrata da Mladić dai monti sovrastanti la città, con l’invito ai suoi uomini di «far esplodere i cervelli» degli assediati, terrorizzandoli. Bilancio del più lungo assedio della storia moderna europea, 11mila morti. E poi Srebrenica, nel luglio 1995. Karadzić, secondo il Tpi, aveva comandato di creare lì «condizioni impossibili per i civili». Mladić obbedì «mettendo in pratica» la direttiva, ha stabilito il Tpi.

La sentenza a carico di Mladić - contro cui la difesa presenterà appello - ha scatenato una ridda di reazioni ma nessuna protesta di piazza, se non quella di un pugno di irriducibili ultranazionalisti serbi a Sarajevo Est, in linea con quelli che in mattinata avevano affisso manifesti con il faccione di Mladić e la scritta «nostro eroe» a Srebrenica e Bratunac.

Reazione volta al futuro, quella invece di Ue e Nato, che hanno invitato i Paesi balcanici a «lavorare per la riconciliazione». La sentenza «non riporterà in vita migliaia di civili innocenti», ma è «di enorme importanza», ha detto da parte sua il premier bosniaco Zvizdic. Difficile, vista la posizione del leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, che ha assicurato che Mladić avrà sempre «un posto tra gli eroi».

Equivoche le parole del presidente serbo Aleksandar Vučić, ex ultranazionalista trasformatosi in riformista, che ha detto che «tutti sapevamo» quale sarebbe stata la decisione del Tpi e che è «nostro compito guardare al futuro, costruire nuove fabbriche, non annegare nelle lacrime del passato, creare una Serbia migliore per noi». Serbia come nazione che non deve essere additata come complice, ha dichiarato invece il procuratore capo del Tpi, Serge Brammertz, perché la colpevolezza è «solo di Mladić». Al quale ieri tanti sopravvissuti hanno augurato lunga vita. Da ergastolano.

 

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