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Sos dell’Azienda sanitaria: «Spazi riscaldati, fa freddo»

Il direttore Cavallini chiede servizi igienici, docce e un ricovero per le ore notturne L’assessore comunale Romano: «Ne accogliamo già 302 e dovrebbero essere 90»

Sta per arrivare il grande freddo. E scatta l’allarme-richiedenti asilo. In particolare, per coloro che pernottano all’interno della Galleria Bombi.

Il direttore sanitario dell’Azienda Bassa Friulana-Isontina Gianni Cavallini lancia un appello forte chiaro e mette in guardia sul possibile rischio legato alla presenza di richiedenti asilo “in strada”, «vale a dire - rimarca - quelli esposti a condizioni non accettabili dal punto di vista sanitario e, come tali, in grado di favorire lo sviluppo di malattie infettive. Dotare il territorio perlomeno di servizi igienici e docce, assicurare uno spazio riscaldato per le ore notturne, garantire l’accesso a una alimentazione sufficiente sono presidi sanitari necessari per proteggere anche la comunità locale dal potenziale rischio di sviluppo di malattie trasmissibili».

Parole che, certamente, non faranno piacere all’amministrazione comunale. Non a caso l’assessore comunale ai Servizi sociali Silvana Romano ribadisce che oggi Gorizia ospita in strutture d’accoglienza 302 persone quando, secondo l’Anci, dovrebbero essere 90. «Gorizia ha già dato. E non possono, sempre e soltanto, pensare a questa città per l’accoglienza», taglia corto.

Prosegue Cavallini: «L’evidenza di questi 4 anni di esperienza, coniugata con le rilevazioni epidemiologiche nazionali ed europee, dimostra comunque che i richiedenti asilo sono soggetti che presentano un profilo sostanzialmente di buona salute: una percentuale aggirantesi intorno al 22% presenta, all’arrivo, patologie riferibili a traumi o violenza subite, a sindromi delle prime vie aeree (in genere il banale raffreddore), a moderati disagi psicologici per l’esperienza vissuta nel tragitto di emigrazione dal proprio paese di origine o per problematiche cutanee (in genere la scabbia) che esprimono sostanzialmente l’esposizione a condizioni igienico-sanitarie inferiori alle soglie minime».

Ma la chiacchierata con Cavallini è utile anche per far luce sul caso di Tbc registratosi al Cara di Gradisca. «Il 3 febbraio di quest’anno - annota il direttore - un cittadino ghanese di 24 anni, ospite del Cara, è stato ricoverato in ospedale a Gorizia e tempestivamente operato per patologia acuta addominale con successiva degenza prima in rianimazione e poi in chirurgia. Nel corso di tale degenza gli è stata diagnosticata una tubercolosi polmonare, per cui è stato trasferito alle “Malattie infettive di Trieste”. Il decorso nel reparto specialistico giuliano è stato regolare, tanto che il 28 aprile è rientrato al Cara con il percorso terapeutico prescritto e il programma di controlli periodici cui è sottoposto sempre nella struttura specialistica di Trieste».

«Come sempre in questi casi, tutto il personale sanitario individuato sulla base dei protocolli internazionali quale contatto stretto è stato sottoposto ai necessari controlli e per 4 di loro tali controlli hanno portato all’avvio di un trattamento profilattico con antibiotici specifici. Ugualmente, al Cara, sono stati avviati gli stessi controlli che hanno comportato l’individuazione di un solo caso anch’esso sottoposto a profilassi antibiotica specifica e controlli programmati in pneumologia di Gorizia».

Cavallini ci tiene a rimarcare che «la positività ai test non significa malattia, così come la profilassi antibiotica non corrisponde a una terapia ma solo a un dispositivo di prevenzione. Sostanzialmente il caso di Tbc non ha comportato in modo alcuno trasmissione di malattia e tutti i soggetti (operatori sanitari piuttosto che altri ospiti del centro di accoglienza) individuati a rischio sono stati sottoposti ai controlli sanitari previsti. L’intera comunità, quindi, non è sottoposta in modo alcuno a rischi per la salute in seguito a questa patologia di un singolo soggetto, che, in quanto richiedente asilo, ha pari diritti dei nostri cittadini di ammalarsi».

Pertanto, secondo l’Aas, la situazione anche per quanto concerne la tubercolosi rivela nel nostro territorio
«un profilo epidemiologico di presenza marginale di malattia, con casi sporadici e senza diffusione alcuna ad altri individui; i controlli sono sempre stati tempestivi e rigorosi nel rispetto dei protocolli clinici riconosciuti dalla comunità scientifica».

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