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Nel Porto vecchio di Trieste nasce il centro hitech anti-disastri petroliferi

Ultimata la ristrutturazione del Magazzino 23, da giovedì piena operatività Nel polo per la robotica subacquea di Saipem-Sonsub anche un’Academy

TRIESTE Con la fine dei lavori di ristrutturazione del Magazzino 23, scatta giovedì 2 novembre l’operatività del Polo mondiale per la robotica subacquea che Saipem-Sonsub ha insediato in Porto vecchio nell’area dell’Adriaterminal. Un’operazione che quello che è uno dei più importanti contractor a livello mondiale del settore della costruzione e manutenzione delle infrastrutture al servizio dell’industria oil&gas con una operatività nei cinque continenti, ha voluto fare a Trieste e che negli ultimi mesi ha avuto uno sviluppo inatteso. Tale da far diventare il porto del capoluogo del Friuli Venezia Giulia l’hub internazionale per le operazioni di emergenza in tutto il pianeta, il playground dove saranno testate le attrezzature per le lavorazioni sottomarine più avanzate tecnologicamente, robot e droni in testa, e la sede dell’Academy dove verranno formati gli ingegneri e i tecnici che si specializzeranno nelle nuove professioni di questo settore ancora semisconosciute.

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«Abbiamo scelto Trieste per una serie di motivi – spiega l’ingegner Massimo Fontolan, vicepresidente di Sonsub, società innovativa interamente controllata da Saipem –: per la situazione logistica data da una banchina con fondali importanti e acqua chiara dove possono attraccare grandi imbarcazioni e dove possiamo effettuare i nostri test, per la presenza in quest’area di un supply chain adeguato, cioè un indotto di forniture e servizi indispensabili per la nostra catena di distribuzione e soprattutto per la possibilità di operare in regime di Punto franco. Tutte le nostre attività infatti si svolgono off shore e qui sono libere dall’aspetto doganale, mentre ad esempio a Marghera (dove Saipem ha una sede con 150 tecnici, ndr) per tutte le attrezzature che riportavamo a terra dovevamo sempre fare la procedura di importazione temporanea in Italia. Qui invece possono entrare e uscire liberamente e questo per noi è strategico. Ecco perché il nostro equipment lo abbiamo portato qui, ma dagli ultimi due anni (il primo sbarco è del 2010, ndr) non ci limitiamo ad attività di puro stoccaggio. Ora abbiamo restaurato completamente il Magazzino 23 (la cifra, non ufficiale, parla di un investimento di 3 milioni solo per questo, ndr) e vi abbiamo già insediato anche i nostri uffici. Ma probabilmente a breve dovremo espanderci ancora, faremo una serie di nuove assunzioni, sposteremo qui alcune attività che facciamo a Marghera».

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A Trieste saranno però assemblati anche i robot sottomarini. «Li costruivamo a Houston – confessa Fontolan –, abbiamo chiuso a Houston (la città del petrolio, ndr) e aperto a Trieste». Tutto questo ricorda anche ciò che sta avvenendo con Sèleco che grazie al Punto franco si sta trasferendo a Trieste. Ma l’operazione Saipem ancor meglio si inserisce nella filosofia di riconversione del Porto vecchio. «Noi non spostiamo grandi quantitativi di merce – spiega Fontolan – non è il nostro mestiere, né qui sarebbe possibile sviluppare un moderno terminal, ma attiriamo cervelli, sviluppiamo nuove tecnologie, prepariamo le professioni del futuro e Trieste lo ha capito meglio di altre città. Creeremo importanti interazioni con gli istituti tecnici, le università, le realtà scientifiche locali. Ospiti della nostra sede vi sono già ora tecnici inglesi, irlandesi, americani, norvegesi e di Singapore che vengono qui a istruirsi. Con l’Academy transiteranno ogni anno a Trieste decine e decine di professionisti e cresceranno le ricadute sul territorio (già ora si parla di una trentina di milioni all’anno, ndr)».

Il primo elemento di svolta che ha fatto di Trieste una base di rilievo mondiale è stato l’Offset installation system (Ois), una gigantesca attrezzatura colorata in giallo ancora per qualche giorno visibile anche dalle Rive che è il carrier, cioè il “portatore” di un tappo in grado di chiudere, comandandolo da un chilometro di distanza, un pozzo petrolifero subacqueo a cui siano saltate tutte le valvole di sicurezza e impedire così la fuoriuscita di olio e gas in mare aperto. Di tappi esistenti in giro per il mondo ce ne sono quattro, ma l’unico “portatore” esistente sul pianeta è questo di Trieste. «Saipem – ribadisce Fontolan – ha vinto la gara per la sua realizzazione bandita dalle otto principali compagnie petrolifere al mondo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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