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La vecchia pista e la Corea condannate all’oblio

Tra parcheggi e bretella verranno definitivamente cancellati due luoghi  in cui è stata scritta una buona parte della storia del nostro cantiere

Una nuova strada che si chiama bretella e un parcheggio nella Corea. Sembrano gli elementi di un quadro surrealista e invece sono la grigia realtà che riflette l’ennesimo sacrificio della storia di Monfalcone sull’altare della produzione. Dove le ruspe sono già all’opera per spianare il passaggio a camion e ad autovetture un tempo si costruiva la leggenda del cantiere navale. Ma pare che a nessuno importi di come la bretella cancelli definitamente, maciullandoli, gli ultimi lacerti della pista degli aerei costruiti al Cnt dal 1923. Quello che resta della pista, quasi avesse un’anima, si è prudentemente nascosto sotto a una decina di centimetri di terra nella speranza, che prima o dopo, qualche mano delicata ne preservasse almeno una piccola parte. Invece nulla. I più anziani ricordano che la pista si proiettava all’esterno del recinto del cantiere e puntava verso la vecchia via Bagni. La prima spallata alla sua conservazione fu data agli inizi degli anni Sessanta con la costruzione della Sbe. Adesso la circonvallazione dei camion le darà il colpo di grazia. Potrebbe il Comune isolare almeno un tratto, monumentalizzandolo a futura memoria? Per accedere alla bretella i camion transiteranno lungo via dell’Agraria, che si chiama così perché la strada portava all’agraria voluta dai Cosulich e messa a disposizione dei panzanini, orgogliosi residenti nella città giardino. Nell’agraria si coltivavano i prodotti agricoli che venivano venduti a prezzi favorevoli agli operai. Nell’agraria svernavano pigri i cavalli che trainavano le carrozze dei Cosulich. Si racconta che i fondatori del cantiere sceglievano quelli dal manto nero nelle giornate di maltempo, quelli dal manto bianco nelle giornate di sole. L’edificio dell’agraria è ancora identificabile a metà della strada e ospita oggi la foresteria della Sbe. Meno male che Vescovini non l’ha spianata. In fondo a via dell’Agraria c’è il giardino intitolato ad Adelchi Pelaschier, il campione di vela che alla Vela ha trascorso la sua vita.

Anche parte di questo giardino è stato sacrificato per loro maestà i tir. Nel frattempo il vecchio raccordo ferroviario Ronchi Sud-Panzano, è abbandonato a se stesso in attesa di essere trasformato in pista ciclabile. Invece, all’inizio di via dell’Agraria, offeso dalle transenne che l’asfissiano, resiste il secolare salice piangente, che piange per davvero. Era un punto di ritrovo per la miglior gioventù dei migliori anni di Panzano. Lo vogliamo abbattere pure quello? E andiamo in Corea, ultimo lembo di cantiere verso il bacino del Brancolo, cimitero di scarti industriali e speriamo solo di quelli. In Corea ci faranno centinaia di parcheggi perché oggi al lavoro si deve andare solo in macchina. Già, ma perché si chiama Corea? Non c’è una versione ufficiale, l’origine del nome è un passaparola che si sta estinguendo con l’estinzione dei cantierini più anziani. Per alcuni Corea era una sorta di officina attrezzi dove mandavano gli operai più irrequieti: una sorta di confino. Altri ricordano che lì erano depositate le lamiere per la costruzione, nei primi anni Cinquanta, di due navi cisterne per il governo indonesiano. Indonesia, Corea, siamo lì: mica c’era google quella volta. Nordio Zorzenon, ha indossato la tuta gialla del capo negli anni Settanta e Ottanta e “La tuta gialla” è il titolo del suo meraviglioso libro edito da Mursia nel 1971. Il testo offre un affresco imperdibile del rapporto tra città e cantiere di quegli anni e cosa significava il cantiere per la città. Ebbene, neppure Zorzenon ha una risposta certa sull’origine del nome Corea. «Ricordo che ci passavo davanti - spiega Zorzenon - all’officina che chiamavano Corea. Non ci sono mai entrato però; dentro era tutto grigio, non si vedeva nulla». Vero è che dal 1950 al 1953 si combattè la guerra tra Corea del Sud contro Corea del Nord e che tale conflitto suscitò una vasta impressione a livello mondiale. Lavorare al cantiere
era per certi versi una guerra quotidiana e può darsi che in quell’officina ricordata da Zorzenon la “guerra” fosse ancora più dura. Ben vengano suggerimenti per la nostra caccia alla verità. Ma vale la pena ricercarla se poi ci faranno un parcheggio?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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