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Intesa storica a Trieste: ai facchini del caffè la stessa paga dei portuali

Accordo storico fra Authority, sindacati e cooperative sui diritti del lavoro. Abolita l’ordinanza del 1929 che li costringeva a un contratto con tutele minori

TRIESTE  Dai tempi del fascismo i facchini del caffè erano i lavoratori meno tutelati del porto di Trieste. Un’ordinanza del gerarca Costanzo Ciano li separava infatti dal resto dello scalo, abbassando il costo del lavoro e tenendoli lontani dall’ambiente politicizzato dei portuali. A partire dal 2018 però, dopo quasi nove decadi, il ciclo del caffè nel porto di Trieste sarà soggetto alle regole del normale lavoro portuale. L’annuncio può sembrare criptico, potrebbe segnare una svolta storica per la sessantina di lavoratori delle tre cooperative del caffè, ponendo fine a una situazione di squilibrio che perdurava da decenni. L’accordo è stato raggiunto a fine settembre tra l’Autorità di sistema portuale e tutti gli attori del settore.

 

 

Il settore del caffè Il chicco nero è da sempre una delle anime del porto. Trieste è il terzo scalo in Italia per accesso di caffè: nel 2016 sono stati scaricati qui oltre un milione di tonnellate di caffè, poco inferiore al 20% del traffico complessivo.

L’annuncio del sindacato A dare l’annuncio del cambiamento, forse anticipato rispetto alle intenzioni della stessa Ap, è il sindacato Usb - Clpt, in un comunicato firmato dal segretario Alessandro Volk. Dal primo gennaio, scrive, le cooperative di facchinaggio potranno operare nel ciclo del caffè come articolo 16 (quello che regola le operazioni portuali in toto) e non più come articolo 68 (quello impiegato finora dalle cooperative di facchinaggio). Aggiunge Volk: «A tutti i lavoratori dovrà essere applicato il contratto nazionale Lavoratori dei Porti, senza “interpretazioni” o “adeguamenti”, stabilizzando i rapporti di lavoro e riconoscendo anche ai lavoratori delle cooperative il diritto alle ferie, alla malattia pagata in pieno e condizioni di lavoro dignitose».

L’accordo Ap-operatori L’accordo è stato definito, dopo un lungo lavoro preparatorio, in una riunione tenutasi a fine settembre fra l’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale, le aziende del comparto caffè del porto e le organizzazioni dei lavoratori del porto. Il segretario generale del porto, Mario Sommariva, conferma con prudenza ma anche con la soddisfazione del vecchio sindacalista il lavoro fatto: «È la cosa che mi rende più orgoglioso tra quelle che ho fatto da quando sono a Trieste - dice -. Il passaggio dall’articolo 68 all’articolo 16 comporterà un mondo di differenze. Darà al porto nel suo complesso più omogeneità nelle regole. È un passaggio importante, ma va accompagnato». L’Autorità portuale si è impegnata infatti a sostenere le aziende nel passaggio al nuovo ordinamento e a garantire la continuità occupazionale. I dettagli sul processo verranno definiti entro fine anno. L’obiettivo è portare tutti i lavoratori sotto l’ombrello della legge 84 sul lavoro portuale: «Anche per i soci lavoratori cambierà non poco», chiosa Sommariva. L’aumento dei diritti andrà accompagnato al mantenimento della competitività delle tariffe. Un’operazione che richiederà attenta pianificazione.

L’elemento sicurezza Un altro punto vitale sarà assicurare una maggiore sicurezza sul lavoro. Sommariva accenna alla possibilità che i facchini possano rientrare anche nell’ambito della rinnovata compagnia portuale, l’articolo 17: «Potremmo pensare a delle rotazioni delle mansioni. In questo modo i facchini lavorerebbero ai sacchi per due giorni alla settimana, e nei restanti andrebbero a lavorare al Molo VII o in altre attività». Si ridurrebbe così la forte pressione operata su chi opera nei magazzini del caffè.

I precedenti Raggiungere l’accordo non era scontato. Già nel 2003 l’Autorità portuale aveva emesso un’ordinanza che puntava a ottenere un obiettivo analogo, ma fu fermata dalla Cassazione. L’Ap ha quindi avviato un lungo confronto con cooperative, aziende e sindacati per arrivare a una soluzione condivisa: «Era un obiettivo fin dall’inizio - spiega Sommariva - ma non abbiamo voluto forzare la mano o affrettare i tempi. Avremmo rischiato di portare a casa un risultato formale e di non risolvere nulla nella prassi». Il primo passo sarà ora modificare il decreto 1493/2016 “Regolamento per l’esercizio delle operazioni e dei servizi portuali nel porto di Trieste”, che prevede ancora la separazione di trattamento tra facchini e portuali. «L’anno scorso già sapevamo che avremmo messo mano al sistema - spiega Sommariva -, ma era troppo presto per farlo».

Un’eredità scomoda Volk dell’Usb parla di «risultato storico» e rivendica il ruolo che le sigle sindacali e i lavoratori hanno avuto in questa conquista: «(l’accordo, ndr) mette fine a una situazione lavorativa intollerabile e anacronistica e risponde a quanto da lungo tempo richiesto dai lavoratori e dal sindacato, per il quale è stata decisiva la mobilitazione dei lavoratori e la sensibilità dimostrata dalla dirigenza dell’Autorità portuale». L’ordinanza di Costanzo Ciano fu promulgata nel 1929. Lo scopo era abbattere il costo del lavoro, ma anche creare uno stacco fra i facchini dei magazzini e i portuali delle banchine. La forte presenza di comunisti fra questi ultimi costituiva per il regime un fenomeno da isolare il più possibile. Un coacervo di motivi ha portato quella norma anacronistica a restare in vigore: non ultimo il fatto che una regolamentazione più lasca sui diritti dei lavoratori fa comodo alle aziende anche in tempi di democrazia. Così l’ordinanza Ciano è sopravvissuta per decenni da dopo la caduta del fascismo. Fino a oggi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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