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Trieste, la street art conquista l’ex Pescheria

L’opera sulla pace eseguita “live” dal writer del momento Eron piace al pubblico del Salone degli incanti

Trieste, la pace di Eron "illumina" il Salone degli Incanti Eron, così si fa chiamare Davide Salvadei, riminese di padre triestino, 44 anni, è il writer che ieri, mercoled' 13 settembre, ha palesato all’ex Pescheria “Follow”, la sua installazione incardinata tra concettuale e figurazione. Una sola opera realizzata ad hoc per quello spazio: pareti nude e, in fondo, il canto quasi evocativo della Cappella Tergestina. Nell’opera un filo spinato che è la guerra. E un cuore, «che ricorda un po’ il sole», aggiunge Eron. Simboleggia «la pace che ancora non si è raggiunta». “Follow” vuol dire «seguire la pace, forse un’utopia». Il video di Francesco Bruni

Niente di preparato, tutto improvvisato. Un’unica opera per lasciare lo spazio del Salone degli Incanti intatto, come l’architetto Giorgio Polli lo creò.

Alle 20 l’opera era finita, o quasi. Eron, così si fa chiamare Davide Salvadei, riminese di padre triestino, 44 anni, è il writer geniale del momento che odia il precostituito. Un comunicatore d’eccezione, come lo ha definito il curatore della mostra Paolo Cavallini, che ieri ha palesato all’ex Pescheria “Follow”, la sua intensa e fascinosa installazione incardinata tra concettuale e figurazione. Una sola opera, appunto, realizzata ad hoc per quello spazio e in quello spazio con gli spray, come ha sempre fatto dai tempi dell’Accademia di Urbino e poi per strada, tra i vagoni, sui muri. A Trieste c’era già stato (in una collettiva al Museo Carà di Muggia) e dopo tanto tempo è ritornato. Pareti nude e, in fondo, il canto quasi evocativo della Cappella Tergestina, che ripercorreva le note composte su misura da Marco Podda. Musica contemporanea, qualcosa che ricordava il canto gregoriano. Che, insieme al resto, suggeriva un’atmosfera sacra, senza tuttavia riferirsi a una religione precisa.

 


 

Nell’opera un filo spinato che è la guerra. E un cuore, «che ricorda un po’ il sole», aggiunge Eron. Ma, per recepirlo perfettamente, si è atteso il tramonto. Simboleggia «la pace che ancora non si è raggiunta». “Follow” vuol dire «seguire la pace, forse un’utopia».

Incastonati nei confessionali, ai lati dell’opera, due video raccontano i lavori work in progress di Eron nel mondo, «sempre a tema sociale, che rappresentano i peccati» (ha dipinto ed esposto dal Chelsea Art Museum di New York al Macro di Roma, dalla Beinnale di Venezia al Civic Centre Ozumba of Lagos in Nigeria).

Di fronte, sulle panche da chiesa, alcuni attori della scuola di Francesco Gusmitta pregano a tratti sotto il quadro, mimetizzati nella folla. La sua arte parla con rara sensibilità. Ma Eron è anche il writer abile nel creare i murales a 40 metri di altezza, sui soffitti delle chiese, sui palazzi degradati o appena edificati. Ha iniziato quando aveva solo 15 anni, come i grafittari che invadono le vie della città, quasi sempre illegalmente. A ciò si oppone questa iniziativa, che vuole invece liberare la creatività. «Questa mostra apre le porte del progetto “Chromopolis, una città di colori” – ha ricordato l’assessore Giorgio Rossi – che parte dalla mozione del consigliere Piero Camber per dipingere il muro esterno del Pedocin e della curva Furlan dello stadio Rocco. E poi ci sarà “Artefatto”, che raccoglierà le idee dei writer». Ma questa mostra sperimentale - che è durata lo spazio di una giornata, ovvero quella di ieri - è piaciuta o no? Pare proprio di sì. «L’idea dell’installazione funziona». Disco verde anche per «come è stato usato lo spazio». Parole dell’addetto ai lavori Marco Lorenzetti della galleria Mlz Art Dep di Trieste. E, come lui, di molti del pubblico.

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