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Trieste, il Pos obbligatorio manda in crisi caffè e botteghe

Da settembre il bancomat si potrà usare per tutte le spese sopra i 5 euro. Ma a Trieste in tanti non si sono organizzati

TRIESTE. Ancora un mese e mezzo per mettersi in regola con il bancomat. Poi per commercianti, artigiani e professionisti non ci saranno più scuse. Dal 30 settembre prossimo, infatti, scatterà l’obbligo di dotarsi del Pos annunciato dal governo.

Il provvedimento annunciato dal viceministro dell'Economia Luigi Casero attuerà quanto contenuto nelle ultime norme nazionali: il decreto crescita del 2012, innanzitutto, e la legge di Stabilità del 2016, con la quale era stata introdotta la misura.

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Di fatto, a partire dal prossimo autunno gli importi superiori ai 5 euro si potranno pagare con bancomat o carta di credito. I negozi che non si adegueranno potranno subire multe di 30 euro per ogni violazione.

Un’operazione all’insegna della digitalizzazione pensata per contrastare l’evasione fiscale. Non si esclude, a questo punto, che la legge di bilancio 2018 introduca la fatturazione elettronica anche nei rapporti tra privati. Se ne riparlerà a breve. Il decreto attuativo sui Pos verrà invece predisposto dal Mef e dal Mise e firmato entro settembre.

Ma come sta reagendo il mondo del commercio? A livello nazionale, a leggere i dati diffusi da Confesercenti, il numero di apparecchi è aumentato sensibilmente negli ultimi anni: +12% nel 2016 e di quasi 800 mila (+58%) rispetto al 2011.

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Si va a un ritmo medio di 400 nuovi dispositivi al giorno. Non ci sono dati certi su come sta rispondendo il Friuli Venezia Giulia: l’impressione, però, è che l’iniziativa stia prendendo piede a macchia di leopardo.

C’è chi si adegua e chi protesta. Chi si rifiuta e chi non ha ancora deciso. Trieste, ad esempio, è una sorta di giungla. Il problema, per tutti, oltre ai costi di installazione delle “macchinette”, sono le commissioni sulle applicate dalle banche alle imprese: balzelli che spesso coprono o addirittura rischiano di superare i margini di profitto degli imprenditori.

Una tegola che si abbatte tanto sugli esercenti del centro, quando su quelli dei quartieri più popolari.

«Il Pos pesa sul bilancio - osserva Giovanni Smaila, titolare della gelateria “Natura gelato” in piazza Hortis -. Se lo Stato me la impone, deve fornirmi l’apparecchiatura gratis.

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Invece si accontentano solo le banche, di cui il governo è schiavo. Non è questo il modo per affrontare l’evasione fiscale: dovresti allora far sparire dalla circolazione tutto il contante. Mi pare assurdo».

Dubbi condivisi da Francesco Minucci, titolare della Cantina del vescovo in via Torino. «Le commissioni incidono eccome - fa notare -. Direi, per quanto mi riguarda, tra i 700 e gli 800 euro l’anno. Comunque i clienti ormai usano molto il bancomat o la carta di credito, soprattutto a fine mese. Alcuni ti pagano l’amaro così: ma a quel punto, piuttosto che rimetterci sul costo di commissione, te lo offro».

Così dal calzolaio. Maurizio Fonda, dalla sua bottega di Cavana, non nasconde il proprio scetticismo. «Non mi sono ancora attrezzato e farò il possibile per evitarlo, finché posso, anche perché a me non conviene affatto».

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Prende tempo insomma, mentre altri colleghi del centro si sono già adeguati. Poco più avanti, all’erboristeria “La Raganella”, la signora Oriana Ferfuia, ha già maturato una sorta di filosofia sulla questione.

«In realtà io non volevo installare il Pos per un motivo etico - racconta - perché le persone sono meno consapevoli degli acquisti che fanno e di quanto spendono. Certo, averlo è un beneficio perché si offre un servizio maggiore ai clienti».

La misura nazionale non entusiasma. Botteghe, tabaccai, panetterie, latterie (le poche rimaste) sono spiazzate. «Sì - ammette Carlo Cappellani della drogheria di via Ginnastica - ho letto sul giornale di questa novità. Per mettermi in regola però dovrò alzare i prezzi dei prodotti, perché altrimenti non sto nelle spese.

Ma vorrei fare una domanda: i nostri governanti si rendono conto che in questo modo continuano a dare mazzate al piccolo commercio rionale, già in difficoltà?».

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Ritoccare i prezzi, ecco la soluzione per rispondere al problema. È ciò che saranno costretti a fare, giocoforza, anche alla sartoria “Tagliacuci” di via Vidali. E pure nel piccolo alimentari di via Parini, gestito dai bengalesi. O dal sarto cinese accanto.

C’è poi chi si lamenta del mal funzionamento degli aggeggi. E chi, ancora, ce l’ha con le banche. «Talvolta non rispettano i contratti - protesta Giuliano Burlo del frutta e verdura di via Foschiatti, in Barriera - se le vendite calano nel corso dell’anno, ti trovi con commissioni più alte. Neppure ti avvisano. E intanto arriva la gente che pretende di pagare un etto de radicio a 1 euro e 18 con il bancomat…».

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