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L’islam laico della Bosnia nel mirino dei jihadisti 
Terrorismo

L’islam laico della Bosnia nel mirino dei jihadisti 

L’Europol conferma che quella della ex Jugoslavia è una sorta di autostrada per i foreign fighters

BELGRADO. Le partenze degli jihadisti, negli ultimi mesi, si sono ridotte o sono completamente cessate. Ma per Bruxelles i Balcani rimangono vulnerabili a potenziali atti di terrorismo di adepti dello Stato Islamico. E sono ancora una delle «rotte» privilegiate per jihadisti ed estremisti che vanno a combattere in Siria e Iraq o che ritornano, sulla stessa “autostrada”, dalle zone di guerra alle loro patrie.

Lo dice l'Europol. Il quadro è stato tracciato da Europol, l’agenzia Ue che contrasta criminalità internazionale e il terrorismo. Europol che, nel suo ultimo rapporto sui rischi derivanti dal terrorismo per il 2017, ha avvisato che «il conflitto in Siria ha avuto» e continua avere «enorme risonanza» e ripercussioni anche nei relativamente lontani Balcani, in particolare «in Bosnia-Erzegovina, in Kosovo, Macedonia e in Serbia». Sono quelli i Paesi che, finora, più hanno dato alla “causa” dello Stato islamico (Is), con «più di 800 foreign terrorist fighter» con passaporti balcanici, combattenti stranieri per fini terroristici, che fino a oggi «sono entrati a far parte dell’Is».ù

Il rione musulmano a Sarajevo
Il rione musulmano a Sarajevo


Rassicurazioni. Mercenari o radicali che siano, il numero non sta tuttavia crescendo, hanno più volte assicurato le capitali dell’area principalmente interessate dal fenomeno, Sarajevo e Pristina in testa, da mesi impegnate in una battaglia a tutto tondo, anche nei tribunali, contro radicalizzati e potenziali jihadisti. Ma secondo Europol di più si può e si deve fare, dato che «la regione» rimane «una rotta riconosciuta e consolidata da e per le zone di conflitto del Medio Oriente.

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Preoccupazioni. E sono proprio jihadisti di ritorno, secondo il nuovo rapporto Europol, a preoccupare maggiormente. Jihadisti di nazioni diverse, uniti dalle «comuni esperienze sui campi di battaglia» siriani e iracheni, che una volta tornati in patria potrebbero infatti «superare i confini nazionali ed etnici» e rappresentare una «significativa minaccia per la regione». Regione dove l’Islam moderato, tipico dei Balcani, rimane nel mirino dei radicali, ha confermato Europol. «In alcune parti della regione», infatti, «l’ideologia islamista radicale promossa da predicatori fondamentalisti e da leader di alcuni gruppi salafiti», come accade oggi soprattutto in Kosovo e in maniera più circoscritta in Bosnia, «ha conquistato sostanziale terreno», l’allarme dell’agenzia.

Nel mirino. Da tenere sott’occhio, in particolare, sarebbe l’intera Bosnia, il Kosovo, i «territori di lingua albanese in Serbia», ossia l’area di Presevo, ma anche «la regione del Sangiaccato, a cavallo tra la Serbia e il Montenegro», già in passato «i principali hotspot per la radicalizzazione, il reclutamento e le attività di facilitazione dei foreign fighters» balcanici.

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Area, ma questo vale per gli interi Balcani, che è da monitorare anche a causa «della presenza» massiccia di «armi illegali, specialmente armi leggere, mine ed esplosivi», una Santabarbara che fa gola e che è facilmente accessibile a tutti, inclusi radicali islamisti. Europol che, nel quadro fosco disegnato nel rapporto, ha tuttavia inserito qualche paragrafo ottimistico.

La situazione. Nei Balcani, infatti, «i dati a disposizione non corroborano» almeno «l’esistenza» di un altro temuto pericolo: quello dei «campi di addestramento» per terroristi e guerriglieri islamici, un rischio paventato soprattutto in Kosovo. Campi, «sul modello di quelli che sarebbero presenti in Siria» e pensati per «fornire addestramento al combattimento», di cui non ci sarebbe traccia nei Balcani.

Anche senza campi d’addestramento, secondo Europol «il numero degli arresti compiuti nella regione negli anni passati» - inclusi gli otto fermati mercoledì e incriminati in Kosovo con accuse di terrorismo e legami con estremisti dell’Is, pronti a pianificare attentati - conferma comunque «un fatto provato». Che la «minaccia terroristica primaria» per i Balcani «è stata e continuerà a essere il terrorismo jihadista, rappresentato sia da chi ritorna dalle zone di guerra di Siria e Iraq, sia da individui radicalizzati», nati e cresciuti nella regione.
 

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