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A Monfalcone niente cricket, la protesta dei bengalesi

Un gruppo di ventidue ragazzi ha voluto sfilare in divisa da cricket per manifestare il dissenso e il disagio. Nadim: «Giocare a cricket non è reato. Perché vietarcelo?» Parla il 26enne Miah, portavoce dell’ala giovanile asiatica. La comunità chiede il campo per allenarsi in vista del torneo

Cricket negato a Monfalcone, protesta bengalese Niente festa dello sport per gli atleti della comunità del Bangladesh nella città dei cantieri. Manca copertura assicurativa e affiliazione al Coni. Corteo e frizioni. In città neanche un campetto per allenarsi. Il sindaco: lo paghi Fincantieri.

 

A incipit di Ramadan qualcosa si muove nella più grande comunità straniera di Monfalcone. Per la prima volta una marcia silenziosa di ventidue giovani bengalesi in divisa da cricket, ieri dopo le 15, ha sfilato da piazza Cavour a piazza della Repubblica per manifestare pubblicamente dissenso dopo l’esclusione dalla Festa dello Sport.

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La partecipazione sfumata, e da molti appresa per difetti interni di comunicazione il giorno stesso dell’iniziativa (tra l’altro l’appuntamento, formalmente disdetto il 30 maggio, era stato comunque pubblicato sulla brochure ufficiale), ha deluso parecchio le aspettative dei giovani atleti.

Già alle prese con la difficoltà materiale di trovare lo straccio di un campo da gioco in città per praticare una disciplina che, in uno dei passati campionati disputati a Mestre, li ha visti pure competere in finale con gli agguerritissimi e stra-favoriti giocatori del Venezia. Un po’come la Juventus col Real Madrid ma in salsa locale, dài.

La squadra bengalese, come chiarito esaustivamente ieri dal presidente del Comitato promotore della Festa dello Sport di Monfalcone Andrea Volpe, il quale assieme al consigliere delegato all’associazionismo Francesco Volante, in questo pasticciaccio brutto del cricket c’ha messo la faccia, non ha potuto giocare sull’arena di piazza della Repubblica perché è risultata non affiliata alla Federazione nazionale di categoria e, dunque, priva della necessaria copertura assicurativa e di certificazione medica indispensabile in caso di incidenti. Nessuna disparità di trattamento, insomma, mera applicazione di regole, che da quest’anno, vuoi per le nuove, più severe regole entrate in campo vuoi per l’attenzione massima dell’amministrazione, sono diventate stringenti. Del resto, si fosse verificato un malore fulminante a un atleta sul salotto buono, chi ne avrebbe risposto?

Ai giocatori, cui lo scorso anno è stato invece possibile fornire al pubblico un saggio dell’amata disciplina, largamente diffusa in Bangladesh e primo sport nazionale, esattamente come il calcio in Italia, all’inizio è stato difficile comprendere fino in fondo il problema burocratico. Il più piccolo del gruppo, il quindicenne Jarif, si destreggia con mazza e pallina dall’età di 5 anni: vagli a spiegare che per quest’anno può appendere il guantone al chiodo.

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Il team, composto da giocatori di più squadre (Young star cricket club, 1952, No fear cricket club e Bondhu Ekadosh), unica compagine esclusa dalla Festa, si è sentito “discriminato” in giorni in cui l’amministrazione annuncia giri di vite su velo integrale e negozi etnici, negando altresì l’assegnazione di un campo per il cricket in città. Semmai «si farà altrove», sondando gli umori dei vicini Comuni.

Ma ieri si è registrata un’altra esclusione eccellente: quella del figlio di Anna Cisint, che avrebbe voluto partecipare, sempre nell’ambito delle iniziative della Festa dello Sport, alla cronoscalata della Rocca, ma è stato poi escluso in sostanza per i medesimi motivi. Cioè zero tesseramento e coperture assicurative nel caso in cui disgraziatamente fosse scappato l’infortunio.

Sicché quando all’orecchio del sindaco sono giunti i fatti pomeridiani di ieri, la risposta è stata lapidaria e tagliente: «Un atto di forza intollerabile, che allontana gli obiettivi prefissi». È stata Cisint stessa a voler intervenire telefonicamente: «Le pari opportunità tra associazioni stanno nell’uguale presentazione di certificati. Non credo che mio figlio, cui è stata negata un’iniziativa, si sarebbe mai presentato lì in piazza dopo il rifiuto». «In Italia – ha aggiunto – funziona così: si rispettano le regole. E se a un ragazzo fosse venuto un infarto mentre giocava? Sarei finita io in galera!».

Quanto al campo da cricket negato «per questo non abbiamo investimenti previsti». «Ci sono – ha concluso – delle priorità: io devo spendere per scuole e strutture pubbliche. Che se ne occupi Fincantieri: la maggior parte degli atleti che ho visto è over 20 e lavora a Panzano».

Alla fine, dopo i chiarimenti di Volpe (comunque dispiaciuto per l’estromissione dei ragazzi), la mediazione di Volante e l’intervento del rappresentante dell’Associazione genitori del Bangladesh, Jahangir Sarkar, che qualche responsabilità sull’informazione last minute agli atleti indubbiamente ce l’ha, le frizioni si sono ricomposte con l’impegno delle parti a mantenere viva la comunicazione e adottare i passi necessari ad assicurare una nuova partecipazione l’anno venturo.

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