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Dem con il fiato sospeso fra pontieri e scissionisti

Pegorer, Malisani e Travanut: i primi nomi pronti in caso di frattura. Russo: scenario vicino. L’appello di Cosolini alle due parti: forte il rischio di disaffezione

UDINE. Carlo Pegorer, Gianna Malisani, Mauro Travanut. Sono i primi nomi dei possibili scissionisti Fvg in uscita dal Pd se, come pare, domenica in assemblea nazionale si arriverà alla rottura estrema. «In tanti stiamo tentando di scongiurarla, ma la scissione rischia di avvicinarsi davvero.

E la cosa mi spaventa molto», dice Francesco Russo tra una riunione e l'altra, tra pompieri che lavorano per restare assieme perché, insiste il senatore triestino, «sono più le ragioni che ci uniscono di quelle che ci dividono», e chi, al contrario, «sta affrontando con troppa leggerezza un evento che spesso ha segnato la storia della politica italiana, non solo a sinistra».

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Gli scissionisti non abitano nel Pd regionale

In Fvg la minoranza dem preferisce la battaglia di posizione. Perché da un lato si auspica che Matteo Renzi dia il via libera a una riflessione interna sui flop del 2016, dall’altro si lavora per avere voce in capitolo, nel caso di voto anticipato, nella definizione delle liste elettorali

Sono ore febbrili alla vigilia dell'appuntamento di domani al Teatro Vittoria con Enrico Rossi, Michele Emiliano e Roberto Speranza. Pegorer pubblica l'evento su Facebook e conferma che ci sarà. Così come Malisani. Mentre Travanut fa sapere che, anche se a Roma non ci andrà, «è come se ci fossi, perché sono per quella partita».

Se ne andrà anche lui, il consigliere della Bassa considerato in passato l'unico vero d'alemiano Fvg? «Se Renzi bypasserà le parole sagge di un suo ministro, Orlando, ci troveremo di fronte a un'ottusità politica che non credevo albergasse in un segretario del Pd. Se costretti a strappare - dice Travanut -, strapperemo».

Uno strappo tuttavia che nessuno considera un passaggio facile. Non dopo un percorso di dieci anni fatto anche di trionfi. A preoccuparsi sono in tanti. Roberto Cosolini scrive su Facebook un lungo post in cui respinge la soluzione del "male minore" e si rivolge a entrambe le parti.

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«Sbaglierebbe Renzi a metterla solo sul piano della prova di forza senza ridarci il senso di un progetto politico coraggioso e innovatore, sbaglierebbero quelli che pensano di lucrare da una scissione lo spazio politico o le posizioni che oggi temono di perdere».

Perché il "male minore", insiste l'ex sindaco di Trieste, porta con sé il rischio della disaffezione e dell'allontanamento e, concretamente, «che la somma dei militanti delle due forze post scissione sia in realtà inferiore a quelli del Pd».

Con la conseguenza «che una parte di quel terzo del Paese che rappresenta mediamente il bacino del partito non vada né di qua né di là». Di qui l'appello «a ridare motivazioni ed entusiasmo attorno ad un progetto politico» sia a Renzi, «che da segretario può e deve avere la forza di farlo», che a una minoranza «che certo non ha fatto molto per costruire un'alternativa, molto chiara nel "contro" ma molto più oscura nella proposta».

A ragionare su un presente così difficile per il Pd è anche Tamara Blazina, la deputata slovena che rientra nel gruppo dei "dialoganti" che in questa fase stanno lavorando per comporre la frattura ed evitare la scissione, «scissione che non servirebbe a nessuno e porterebbe un grande danno al Paese, in particolare a tutti coloro che hanno creduto e riposto molte speranze nel progetto dem.

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Tenuto conto che a livello territoriale il partito è molto più unito rispetto ai vertici - prosegue Blazina -, risultano tanto più incomprensibili certe prese di posizione e molte forzature del segretario». Come uscire dall'impasse? «Con un congresso che non sia una conta, ma opportunità di confronto sui grandi temi di attualità sociale ed economica, per dare risposte ai nuovi bisogni dei cittadini».

Se non ci si riuscirà, c'è chi teme il ritorno a una situazione non troppo diversa da quando c'erano Margherita e Ds: da una parte un Pd targato Renzi-Franceschini, dall'altra i fuoriusciti, magari assieme a Pisapia.

«Se ne parla, ma a sembrerebbe strano - commenta Giulio Lauri, eletto in Regione nel 2013 con Sel -. Quello di Pisapia è un progetto di unità del centrosinistra e non credo possa risultare coerente con le divisioni in atto nel Pd che tanti cittadini vedono con preoccupazione».

«Guardo con interesse a quello che accade a sinistra - aggiunge a sua volta l'assessore regionale Loredana Panariti -, sia all'iniziativa di Pisapia che a quella di Scotto, la parte di Sel che non aderirà a Sinistra italiana. Non so se e in che modo chi uscirà dal Pd andrà verso le stesse strade».

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