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Trieste, da pioniera a veterana: Tbs festeggia i 30 anni

Nata nel 1987 fu la prima impresa italiana privata nel campo dell’ingegneria clinica. Oggi conta 2000 addetti in tutto il mondo e fattura più di 230 milioni di euro

TRIESTE «Tbs è un’anziana start-up. Siamo stati la prima impresa privata italiana nel comparto dell’ingegneria clinica. A quel tempo fummo “first mover”». Ride Diego Bravar, fondatore e presidente di una “veterana” della tecnologia, che quest’anno compie i sei lustri di vita.

Una “veterana” che adesso fattura oltre 230 milioni di euro e che, attraverso gli appalti vinti negli ospedali di quasi tutto il mondo, occupa 2000 addetti, che seguono il funzionamento di un milione di apparecchiature mediche (60% in Italia, 40% nel resto del globo). Leader nei mercati domestico, francese, britannico, presente in India e in Cina.

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Tbs è nata al Bic e risiede nell’Area di ricerca. E’una delle poche aziende locali quotate in Borsa, al segmento Aim. Si classifica nelle “top 15” del Friuli Venezia Giulia. Una storia triestina quella di Tbs, una volta tanto positivamente triestina, perchè nacque e crebbe nel favorevole habitat degli anni ’70 e ’80, all’incrocio di scelte pubbliche e intuizioni private.

Bravar apre l’album di famiglia: «Tutto ebbe inizio nel 1977 quando gli Ospedali Riuniti triestini organizzarono la “ripartizione apparecchiature sanitarie”, un servizio che solo il 5% dei nosocomi italiani aveva, perchè di regola i produttori dei macchinari curavano anche la manutenzione».

In quel servizio tecnico, che gestiva 6000 apparecchiature, lavoravano in sei e a capo di quella pattuglia c’era un giovane ingegnere elettronico di origine istriana, di nome Bravar. Niguarda a Milano, Bambin Gesù a Roma, Ospedali Riuniti a Trieste: la ristretta casistica della sanità più evoluta attirò l’attenzione del fisiologo Luigi Donato, che nel decennio ’80 dirigeva al Cnr un progetto dedicato alle tecnologie biomediche.

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Lo studioso commissionò a Bravar un’analisi dei costi: l’analisi verificò che se gli ospedali avessero appaltato la gestione delle tecnologie a una struttura espressamente vocata, avrebbero spezzato il monopolio manutentivo delle aziende produttrici, avrebbero risparmiato il 20%, avrebbero migliorato efficienza e sicurezza degli impianti.

A quel punto Bravar comprese che era ora di cambiare vita. Da dipendente ospedaliero diventò imprenditore: fondò una società che inizialmente si chiamava Tecnobiopromo e che poi assunse la definitiva denominazione di Tbs, acronimo di “Telematic and biomedical services”.

Nel lontano 1987 partì con un capitale originario di 100 milioni di antiche lire, misto pubblico-privato: contribuirono il Bic, Friulia, l’imprenditore edile Sergio Zini. Bravar ci mise l’idea e 3 milioni. «Il mercato era vergine - ricorda Bravar - nei primi dieci anni crescemmo del 134%, nei secondi dieci anni del 37%, nei terzi dieci anni dell’8%. Vincemmo il primo appalto al Burlo Garofolo e il secondo a Tolmezzo. Poi mettemmo piede fuori dalla regione e centrammo due gare in Toscana, a Empoli e a Massa Carrara».

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Il marketing della giovane Tbs nel mondo ospedaliero nazionale era semplice: «Oggi spendi un milione per gestire e manutenere le apparecchiature? Con noi ne spenderai 800 mila». Il 20% in meno. Con maggiore efficienza, perchè lo staff opera “in diretta”, non si deve prendere l’appuntamento e aspettare che il tecnico arrivi da fuori.

Così la scommessa triestina si è trasformata in realtà globale. Mantenendo un forte rapporto con il territorio d’origine, dove Tbs ha rappresentato un importante traino del distretto biotecnologico. «A Trieste lavorano per Tbs 150 addetti - precisa l’amministratore delegato Paolo Salotto - ma le aziende, che collaborano con noi, sono una trentina. E qui paghiamo le tasse per 6 milioni di euro all’anno».

Ai numeri dell’occupazione, dei ricavi, del fisco si aggiungono - Bravar ci tiene molto - le cifre della formazione: «Nell’Università di Trieste vennero istituiti il primo master in ingegneria clinica e la prima laurea sempre in ingegneria clinica. Dal 1994 come docente ho seguito 300 tesi e come azienda abbiamo assunto 150 giovani ingegneri. Un’azienda come Tbs ha bisogno di personale qualificato».

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E il settore è in forte espansione: «A livello mondiale le biotecnologie muovono 300 miliardi di euro, di cui un terzo in Europa. La crescita annua è del 4%, quindi le prospettive sono interessanti. Bisogna saperle cogliere». Salotto ritiene che in Italia il mercato sanitario sia ormai maturo e il settore pubblico faccia i salti mortali per far quadrare i conti.

E perciò sia necessario insistere sul versante internazionale, sfruttando le nuove frontiere tecnologiche che permettono di gestire le apparecchiature anche “da remoto”. Infine il vertice del gruppo riflette da tempo sulla nuova sede. C’è occorrenza di spazi. L’ex Olcese, in area Ezit, sembra un’ipotesi tramontata. Più interessanti altre opportunità al vaglio in Zona industriale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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